lunedì 23 aprile 2018

Leggende del Ponte Carlo a Praga


Un antico ponte in pietra sul fiume Moldava, chiamato a collegare la Città Vecchia al quartiere di Malá Strana: è il Ponte Carlo, nel cuore di Praga. Ed è luogo di leggende.

 Simbolo della città, è calcato ogni giorno da centinaia di persone. Lungo i suoi 515 metri, qui artisti di strada si esibiscono al fianco di musicisti e venditori di souvenir, mentre turisti e cittadini camminano l’uno al fianco dell’altro. 

Voluto dal Re di Boemia e Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo IV, fu progettato dall’architetto Petr Parléř, già firma della Cattedrale di San Vito e del Castello di Praga.


Costruito tra il 1357 e il 1402 (ma le 30 statue barocche di santi che scandiscono i suoi lati iniziarono ad essere posizionate qui a partire dal XVIII secolo), il Ponte Carlo è in realtà molto celebre soprattutto per le leggende di cui è oggetto.

 La leggenda più affascinante, anche se a tratti un po’ macabra, ha per oggetto la statua di San Giovanni Nepomuceno.

 Si racconta che il re Venceslao IV, contrariato dal fatto che San Giovanni, allora prete di corte, si fosse rifiutato di riferirgli quanto detto in una conversazione con la regina, lo punì tagliandogli la lingua e uccidendolo. 
I suoi resti sarebbero stati gettati dal Ponte Carlo e, nel punto in cui caddero, avrebbero fatto brillare cinque stelle nell’acqua. 
Quelle stesse cinque stelle che oggi sono il simbolo del Santo. 

La statua di San Giovanni Nepomuceno si trova oggi nel punto esatto da cui il corpo sarebbe stato gettato: si ritiene che, accarezzare la sua croce, porti fortuna. Ecco perché, spesso, di fronte alla statua si assiste ad una lunga fila!




Ma non è questa l’unica leggenda che ha per oggetto il Ponte Carlo. Carlo IV, quando ne ordinò la costruzione, chiese a tutti gli abitanti dei villaggi lì vicini di inviare quanti più albumi riuscissero a recuperare, affinché potessero essere impastati con la malta per tener saldi i pilastri.
 Si racconta che, gli abitanti di Velvary, per la paura che i gusci si rompessero durante il viaggio, decisero di inviare… uova sode! Verità oppure no, secondo la leggenda per molto tempo tutto quanto si costruiva di giorno crollava poi durante la notte.
 A questo punto, l’architetto decise di fare un patto con il diavolo: se lo avesse aiutato nella costruzione, Satana avrebbe potuto rubare l’anima alla prima persona che avrebbe attraversato il ponte durante la notte.
 Pensando di ingannarlo, l’architetto liberò – all’imbrunire – un gallo sul ponte: ma il diavolo si accorse di tutto, e rubò l’anima di sua moglie dopo averla fatta giungere sul ponte per soccorrere il marito fintemente ferito.

 Infine, il Ponte Carlo pare essere legato a doppio filo ai Vodink, i folletti che secondo gli abitanti del luogo vivrebbero nelle acque della Moldava.
 Si racconta che trascinino le persone cadute nel fiume nelle loro grandi pentole per “conservarle”, ma c’è un fatto – curioso e crudele – di cui si dice siano stati protagonisti. 
Arrabbiato col proprietario di un carretto per aver sporcato le acque del fiume, un Vodink avrebbe atteso l’uomo in prossimità del ponte, mentre i cavalli si abbeveravano, per trascinarlo nella Moldava e imprigionare per sempre la sua anima nella sua pentola.


Se di giorno il Ponte Carlo è tutto un brulicare di vita, di notte – in effetti – qualche brivido lo regala.
 Sembra che le statue si muovano, che parlino, che si mettano comode. 
E c’è chi sostiene che, quando sull’isola di Kampa (isola sita nel cuore della Moldava, nel centro di Praga) nasce un bambino, si animino per festeggiarlo. E per promettergli protezione.



Fonte: siviaggia.it

Il Tempio di Wat Samphran, la torre avvolta dalle spire di un drago


Questo insolito e misterioso edificio, chiamato Tempio di Wat Samphran e raramente presente nei classici percorsi delle guide turistiche, si trova all’interno del distretto di Sam Phran, nella provincia di Nakhon Pathom, in Thailandia. 

Si tratta di una torre di 17 piani colorata di rosa, alta 80 metri e completamente avvolta da un enorme e bellissimo dragone verde.


Il tempio dista solo 40 chilometri da Bangkok e le sue origini restano tutt’ora sconosciute. 
La torre appare abbandonata e priva di qualsiasi manutenzione, forse a causa di un presunto stupro avvenuto verso la metà degli anni ’90, che vide implicato un abate buddista.


La Torre del Dragone di Wat Samphran è sicuramente un luogo di culto, ma non risponde alle comuni norme progettuali dei tempi thailandesi, che solitamente prevedono una divisione tra l’area dedicata al Buddha e il luogo di residenza dei monaci.
 Alcuni turisti affermano che i piani superiori della torre siano abitati da un gruppo di religiosi.


L’intero complesso è costituito da piccoli templi e splendidi monumenti, tra cui una statua di bronzo del Buddha gigante.

 Il drago, costruito in ferro e fibra di vetro, al suo interno è completamente vuoto e nonostante sia privo d’illuminazione, è anche percorribile a piedi. 
È possibile raggiungere la testa attraverso delle scale, anche se la maggior parte dei turisti preferisce usare l’ascensore.


Un tempio particolare e davvero straordinario, avvolto dal mistero che invoglia a conquistarne la vetta, per poi restare ulteriormente stregati da un panorama mozzafiato.



 Fonte: http://mybestplace.com

venerdì 20 aprile 2018

Hell’s Bells , le misteriose stalattiti sottomarine


Le Hell’s Bells sono insolite e splendide formazioni geologiche recentemente scoperte nelle profondità marine del Cenote Zapote, la famosa grotta situata a ovest di Puerto Morelos, nella penisola messicana dello Yucatan.
 Si tratta di strane stalattiti che misurano fino a due metri di altezza, immerse a una profondità che varia dai 28 ai 33 metri. 
Per la loro bizzarra forma, somigliante a una “campana”, hanno guadagnato l’appropriato soprannome di “Campane dell’Inferno”
.

Queste strutture si sono calcificate sott’acqua in un ambiente completamente buio, tra una mescolanza di acqua dolce e una porzione di acqua salata tossica, priva di ossigeno e ricca di solfuro. 

Un gruppo di ricerca tedesco-messicano guidato dal Prof. Dr Wolfgang Stinnesbeck, dell’Istituto scientifico dell’Università di Heidelberg, ha recentemente pubblicato che la crescita di queste “formazioni cave” potrebbe essere avvenuta attraverso l’azione di alcuni microbi coinvolti nel ciclo dell’azoto, a causa della loro potenziale capacità di aumentare il pH e quindi di supportare la precipitazione della calcite. 
I ricercatori, attraverso la datazione uranio-torio del carbonato di calcio, hanno anche scoperto che la crescita è avvenuta sott’acqua, dimostrando che le “campane” si sono formate in tempi antichi.


Secondo il Prof. Stinnesbeck, questo mondo sottomarino rappresenta un ecosistema in grado di fornire le condizioni ideali per la formazione delle più grandi concrezioni calcaree subacquee di tutto il mondo.

 Queste stalattiti, non solo sono uniche per forma e dimensioni, ma anche e soprattutto per metodo di crescita. Infatti, i depositi minerali di questo tipo scoperti in precedenza sono molto più piccoli e meno visibili delle Hells Bells.


I Cenotes dello Yucatan sono una delle meraviglie naturali più affascinanti del Messico e del mondo, intrecciati alla religione e al mistero della civiltà Maya che li considera “pozzi sacri”, fonti di acqua potabile dalle proprietà spirituali e curative. 

In queste caverne, sotto le profondità dell’oceano si nascondono mondi misteriosi ancora tutti da scoprire, luoghi sommersi di grande bellezza che, come in questo caso, sono in grado di regalare l’ennesimo prodigio di madre natura. 

 Fonte: http://mybestplace.com

giovedì 19 aprile 2018

Mada’in Salih: l’Arabia saudita aprirà ai turisti l'incredibile sito archeologico


Ci sono tesori dell’umanità che sono difficili da raggiungere. 
Uno di questi è Mada’in Salihl, un’antica città dell’Hijaz, in Arabia Saudita, abitata in tempi antichi da Thamudeni e Nabatei e occupata dai legionari romani durante l’espansione di Traiano nel Medioriente, importante rotta di commercio e crocevia per molte culture.


Una zona non abitata, distante 22 chilometri dalla città più vicina, cui sorgono 131 sontuose tombe intagliate nella roccia, che sta per diventare un sito storico aperto ai turisti di tutto il mondo.
 Una novità resa possibile grazie ad un nuovo accordo firmato da Francia e Arabia Saudita, ma soprattutto grazie al principe ereditario Mohammed Bin Salman che ha aperto il Paese ai visti turistici. 

 Questa zona rocciosa è particolarmente affascinante. 
Alcune delle iscrizioni rinvenute sono state datate al primo millennio avanti Cristo. E tutti gli elementi architetturali presenti risalgono invece al periodo dei Thamudeni e dei Nabatei, ovvero fra il secondo secolo avanti Cristo e il secondo dopo Cristo. 
E recentemente sono state scoperte anche delle testimonianze dell’occupazione romana.

 Nel 2008, l’Unesco ha iscritto Mada’in Salih tra i patrimoni dell’umanità, rendendolo il primo patrimonio riconosciuto dell’Arabia Saudita e riconoscendo le peculiarità uniche di questo incredibile sito archeologico della regione di Al-Ula.








Ora, con l’aiuto della Francia, il paese saudita progetta di proteggere e promuovere il sito, sviluppando un programma di turismo sostenibile che «consentirà ai visitatori locali, regionali e internazionali di Al-Ula di sperimentare la ricchezza del patrimonio culturale dell’Arabia Saudita, delle civiltà arabe e dei valori locali».


L’accordo include «la conservazione del patrimonio archeologico, lo sviluppo dell’ospitalità e delle offerte culturali secondo rigorosi standard ambientali e il coinvolgimento delle comunità locali come beneficiari dello sviluppo del turismo».

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 18 aprile 2018

A 13 anni scopre antico tesoro del re vichingo Bluetooth


Un antico tesoro nascosto.
 A trovarlo non è stato un gruppo navigato di ricercatori, ma un ragazzino tedesco di soli 13 anni. 
È quello del re vichingo Harald Bluetooth, “Araldo Dente Azzurro”.

 Luca Malaschnitschenko e l'appassionato di archeologia René Schön hanno portato alla luce un significativo mix di oggetti che potrebbe essere appartenuto al re danese Harald Bluetooth. Quest'ultimo introdusse il cristianesimo in Danimarca. 

 I due a gennaio erano alla ricerca di oggetti antichi con i metal detector sull'isola settentrionale di Rügen, quando si imbatterono in quello che inizialmente pensavano fosse un pezzo di alluminio. Ma dopo un'osservazione più attenta, si resero conto che si trattava di argento.
 Durante il fine settimana, il servizio archeologico regionale ha iniziato uno scavo coprendo 400 metri quadrati di superficie.
 E lì la scoperta: un enorme tesoro appartenuto secondo una prima analisi al re danese Harald Gormsson, meglio noto come "Harry Bluetooth", che regnò dall'985 al 986.

 Del tesoro facevano parte collane intrecciate, perle, spille, un martello di Thor, anelli e fino a 600 monete, tra cui più di 100 risalenti all'era in cui Bluetooth regnava su un territorio che comprende l'attuale Danimarca, la Germania settentrionale, la Svezia meridionale e parte della Norvegia.






"Questo tesoro è la più grande scoperta di monete di Bluetooth nella regione meridionale del Mar Baltico ed è quindi di grande importanza", ha detto l'archeologo principale Michael Schirren.
 La moneta più antica è un dirham di Damasco risalente al 714, mentre il più recente è un penny risalente al 983.

 Il ritrovamento suggerisce che il tesoro potrebbe essere stato sepolto alla fine del 980, che è anche il periodo in cui Bluetooth fuggì in Pomerania, dove morì nel 987. 

 “Abbiamo qui il raro caso di una scoperta che sembra avvalorare fonti storiche”, ha detto l'archeologo Detlef Jantzen.

 Il re vichingo ebbe il merito di aver unificato la Danimarca.
 È noto anche per aver lasciato la vecchia religione norrena introducendo il cristianesimo ma fu costretto a fuggire in Pomerania dopo una ribellione guidata dal figlio Sven Gabelbart.


L'eredità duratura di Bluetooth si trova oggi negli smartphone e nei PC: la tecnologia wireless ne porta il nome e il simbolo è formato proprio dalle due rune che compongono le sue iniziali HB. 


Francesca Mancuso

martedì 17 aprile 2018

Una faglia dietro al successo iniziale di Roma


Ci vollero secoli di fatica per fare di Roma la capitale di un impero, ma il territorio che fornì alla città un vantaggio economico di partenza nacque in un periodo di tempo relativamente breve - in termini geologici. 

 Un gruppo di ricercatori dell'Università del Michigan in collaborazione con l'Università di Padova e l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha individuato una possibile linea di faglia sotto il nucleo originario della città: una frattura della crosta terrestre che intorno al sesto secolo a.C., avrebbe deviato l'antico corso del Tevere nell'arco di appena un secolo, e favorito la nascita dell'isola Tiberina, cuore sacro della città.
 Il cumulo di sedimenti che costituì l'isola permise di attraversare il fiume senza bisogno di barche e favorì il fiorire delle attività economiche e portuali sul Tevere.


Il team di archeologi ha fatto ricorso agli strumenti impiegati in geologia e vulcanologia per estrarre 12 campioni profondi di sedimenti da una serie di siti attorno alla città, prelevando il terreno situato dai 15 ai 50 metri sotto la superficie attuale.
 I reperti più antichi sono stati datati con la tecnica della datazione al radiocarbonio, i più recenti utilizzando frammenti di vasellame o altri utili resti. 

 Gli scienziati si sono accorti che le alluvioni periodiche del Tevere si riflettevano nei vari strati di sedimenti depositatisi negli ultimi 6000 anni. 
La maggior parte di questi strati alluvionali corrispondeva a specifici eventi climatici, ma nel periodo corrispondente al sesto secolo a.C., i ricercatori hanno osservato un significativo aumento del tasso di sedimentazione.
 In meno di un secolo, nella valle del Tevere furono depositati 6 metri di sedimenti. 
L'aumento di sedimentazione era anche particolarmente localizzato al centro dell'Urbe: a decine di km da Roma si registrò una crescita di sedimentazione, ma non radicale come sotto alla città. 

 Questo dato ha permesso di escludere che la sedimentazione dipendesse da un cambiamento del clima o della piovosità nella regione. 
Inoltre, il fatto che sedimenti alla stessa profondità avessero età diverse «ha alimentato i sospetti che ci fosse una linea di faglia che stava separando i due lati della valle» spiega Laura Motta, tra gli autori. 
 L'effetto dei movimenti geologici e la frenetica attività costruttiva che prese piede nel sesto secolo a.C. incrementarono l'accumulo di sedimenti al centro della città: «Questa situazione - conclude Motta - condusse alla nascita dell'Isola Tiberina, cruciale per favorire l'attraversamento del fiume e promuovere la costituzione di un porto fluviale».

 Fu in quell'epoca che Roma si trasformò, divenendo dal piccolo villaggio che era, una grande città.

 Fonte: focus.it

lunedì 16 aprile 2018

Il giacimento di terre rare che fa sognare l’economia giapponese


Una scoperta destinata a soddisfare la domanda di materiali rari per centinaia di anni. 
Circa 780, dicono gli scienziati. 

Così è stato descritto il ritrovamento straordinario di 16 milioni di tonnellate di terre rare sul fondo dell’Oceano Pacifico, a largo delle coste giapponesi.
 Al loro interno sono presenti alcuni componenti come i magneti che possono essere utilizzati nelle automobili elettriche o nei laser. Lo studio che ha individuato questo deposito è stato condotto da un gruppo di ricerca delle università di Waseda e di Tokyo. 
La localizzazione sarebbe a largo dell’isola di Minami Torishim, 1.800 chilometri a sud est della capitale giapponese.


Il documento che contiene questa scoperta è stato pubblicato il 10 aprile sulla rivista Nature sulla quale è possibile avere qualche informazione in più sulla disponibilità di ciascuno dei 17 elementi considerati rari e ormai di grandissimo utilizzo in smartphone e altri dispositivi elettronici: ittrio, europio e terbio, per fare degli esempi.

 Al momento il primato per la quantità disponibile di questi materiali è detenuto dalla Cina che con questa scoperta ha perso la sua posizione dominante.
 Una recente stima aveva individuato 92mila tonnellate di terre rare nel sottosuolo cinese.


Le società specializzate nell’estrazione di queste terre rare hanno conosciuto un’impennata in borsa in seguito all’annuncio della scoperta. 
È il caso di Modec e Mitsui Mining and Smelting che hanno visto salire le quotazioni rispettivamente del 7,74 per cento e del 2,26 per cento.

 L’ipotesi che sotto il Pacifico ci fosse un tale quantitativo di materiali era stata avanzata già nel 2012, ma con gli anni si è riuscito a mettere appunto un sistema di estrazione efficace. L’implementazione di questo metodo e il suo effettivo utilizzo per il recupero delle terre rare potrebbe generare una grossa crescita economica nazionale vista l’esclusività della scoperta e la dipendenza che gran parte dell’industria mondiale ha da questo tipo di materiali. 


 Fonte: http://thenexttech.startupitalia.eu

Malesia, la magia delle Batu Caves


Con la loro atmosfera mistica e sospesa nel tempo creano uno scenario davvero affascinante. 
Sono le Batu Caves, un complesso di caverne scavate nelle roccia calcarea. Si trovano a Selangor, alle porte di Kuala Lampur, in Malesia.

 Queste meraviglie naturali calamitano migliaia di turisti ma anche di fedeli che qui accorrono in massa per il Thaipusam, tradizionale festa indù che si tiene per tre giorni a inizio anno.
 Ad attirare non è solo il fascino delle grotte naturali, ma anche la dimensione religiosa. 
Le caverne, infatti, sono un luogo di culto e ospitano al loro interno templi e luoghi sacri.


Il principale elemento di attrazione è costituito dalla gigantesca statua che accoglie i visitatori all'ingresso.
 Alta ben 42 metri, raffigura il dio guerriero Murugan, figlio di Shiva e venerato dai locali. 
A Murugan è dedicato il tempio all'interno della grotta più importante, che può essere raggiunta percorrendo una ripida scalinata di 272 gradini.
 I fedeli li salgono facendo strani riti per accedere al luogo di pellegrinaggio.
 La salita al tempio è un'esperienza emozionante e divertente: verrete circondati da simpatiche e dispettose scimmie sempre in cerca di qualcosa da mangiare.




Le grotte sono immense e stare al loro interno vuol dire essere avvolti da una dimensione mistica e ineffabile.

 Le caverne principali sono tre, quella più alta è la Temple Cave, di quasi 100 metri, che custodisce numerosi tempietti. 
Dall'interno si raggiunge la Art Gallery Cave, dove un'apertura nel soffitto lascia filtrare la luce naturale. 
Qui si trovano statue e dipinti dedicati al pantheon induista.
 La Dark Cave, come suggerisce il nome, è abitata da migliaia di pipistrelli ed è ricca di stalattiti e stalagmiti.









Fonte: travel.fanpage.it

venerdì 13 aprile 2018

La tartaruga 'punk' rischia l'estinzione


La bizzarra tartaruga Mary river (Elusor macrurus), che spesso sviluppa una spettacolare ‘cresta mohicana' di alghe verdi, è stata inclusa tra le cento specie di rettili più minacciate del Pianeta, posizionata al 29° posto della classifica. 

La nuova lista EDGE (acronimo di Evolutionarily Distinct e Globally Endangered) è stata compilata dagli scienziati dell'autorevole Zoological Society of London (ZSL), che tengono traccia anche della vulnerabilità di altri animali, come mammiferi, anfibi, uccelli, coralli e altri ancora.

 A proiettare questa specie di tartaruga australiana – così chiamata perché vive solamente nel fiume Mary del Queensland – sull'orlo dell'estinzione è stato l'essere umano, che ne ha razziato le giovani generazioni per oltre un decennio tra gli anni '60 e '70. 

Benché sia stata classificata soltanto nel 1994, infatti, questa tartaruga dal comportamento docile all'epoca era molto apprezzata come animale domestico, e così tra adulti e 15 mila neonati catturati ogni anno da inviare ai negozi di animali di tutta l'Australia, si stima che la popolazione sia oggi crollata del 95 percento.


A renderla così ambita prima dell'entrata in vigore delle misure di protezione, al di là del già citato comportamento, vi era soprattutto il suo aspetto spettacolare.
 La tartaruga, oltre a mostrare spesso la crescita di alghe su tutto il carapace e sulla testa, ha infatti anche un paio di tubercoli che spuntano sotto il mento, escrescenze simili a dita che utilizza come organo sensoriale per ‘tastare' la sabbia del letto del fiume in cui vive. 
Ha inoltre una lunghissima coda, che può raggiungere i due terzi del carapace; nel complesso il rettile arriva a misurare 40 centimetri (alcuni esemplari arrivano anche a 50 centimetri) e il particolare corpo idrodinamico gli permette di nuotare molto velocemente. Un'altra caratteristica affascinante è la capacità di respirare attraverso alcuni organi posti nella cloaca, un'apertura comune per l'escrezione e gli organi riproduttivi. 
Grazie a questa ‘abilità' la tartaruga può sopravvivere per 72 ore sott'acqua, respirandone l'ossigeno disciolto.
 Tutte queste caratteristiche straordinarie derivano dal fatto che si tratta di un vero e proprio ‘fossile vivente', separatosi dalle altre linee di tartarughe circa 40 milioni di anni fa.


Ma la sua unicità è stata anche la sua condanna. 
Tuttavia, grazie alle spettacolari foto scattate da Chris Van Wyk nel 2007, la tartaruga si è trasformata in un animale simbolo del fiume Mary. 
Sulla spinta mediatica gli ambientalisti sono riusciti a evitare la costruzione di una diga, che avrebbe messo ulteriormente a rischio la sua sopravvivenza e quella di altri animali che vivono nel fiume. 

Nonostante gli sforzi e le misure di tutela introdotte, la tartaruga si trova comunque sull'orlo dell'estinzione, e gli scienziati della ZSL guidati dal ricercatore Rikki Gumbs, coordinatore della sezione rettili di EDGE, si augurano che possano essere messe in atto azioni ancora più rigorose. 
I rettili, infatti, solitamente vengono tutelati meno di animali di classi “superiori” come mammiferi e uccelli, ma l'unicità della tartaruga Mary river potrebbe fare la differenza. 

 Fonte: http://scienze.fanpage.it/

Risolto il mistero delle pietre di Stonehenge


Alcune delle più grandi pietre di Stonehenge non sono state trasportate sulla collina di Salisbury, dove è posizionato il monumento, ma erano già presenti in loco da milioni di anni, prima dell’arrivo dell’uomo.

 Lo ha dimostrato un team di ricerca britannico attraverso analisi geologiche condotte sul sito, ribaltando così la teoria più accreditata sull’origine di queste colossali pietre. 
In base ad essa, infatti, tutti i megaliti sarebbero stati prelevati da una località chiamata Marlborough Downs – sita a 32 chilometri da Stonehenge -, mentre le pietre di dimensioni inferiori sarebbero state in parte prese in un sito a pochi chilometri di distanza e altre addirittura in Galles, a 200 chilometri. 
Ora sappiamo che la storia è andata diversamente.

 Gli studiosi, coordinati dall’archeologo Mike Pitts, uno dei pochi ad aver condotto degli scavi nell’area a partire dagli anni ’70, hanno infatti scoperto che due dei più grossi “sarsen” (il nome locale dei megaliti), ovvero Heel Stone e Stone 16, sono sempre stati lì.
 Tra gli indizi principali ci sono due grosse buche – scavate e poi riempite di nuovo – compatibili con le loro dimensioni. 
Gli uomini del neolitico potrebbero semplicemente averli sollevati e posizionati dove sono adesso, collocando attorno ad essi le altre pietre provenienti dagli altri siti.
 Sono del resto gli unici due megaliti a non essere stati scolpiti e modellati, inoltre sono quelli che indicano dove sorge il Sole nel solstizio d’estate e dove tramonta in quello di inverno. 
Potrebbero essere il ‘cuore pulsante’ di questo misterioso osservatorio astronomico, attorno al quale è stato plasmato l’intero monumento.


Un altro indizio sull’origine dei megaliti è prettamente geologico. 

Gli studiosi ritenevano che queste pietre, composte di arenaria e formatesi tra i 23 e i 2,6 milioni di anni fa, nel Neolitico fossero già rarissime sulla piana di Salisbury, per questo sarebbero state tutte trasportate. 
Ma il team di Pitts, grazie a nuove indagini sul territorio, ha dimostrato che l’arenaria alla base dei sarsen è ancora presente in abbondanza intorno a Stonehenge; è semplicemente affondata nel terreno a causa dei processi di congelamento e scongelamento durante le ere glaciali. 
In parole semplici, era a disposizione di chi ha costruito Stonehenge. 

Questa scoperta risolve (almeno in parte) uno tra i più grandi misteri del sito, ovvero il motivo per cui il monumento, costruito tra l’8.000 e il 2.000 avanti Cristo, sarebbe stato eretto solo con pietre trasportate. 
Un problema logistico non indifferente, considerando che le pietre più grandi arrivano a pesare anche 50 tonnellate, e all’epoca non c’erano le moderne infrastrutture o mezzi in aiuto.
 Non a caso le teorie più fantasiose vedono anche il coinvolgimento degli alieni.

 È tuttavia molto probabile che decine e decine di uomini, aiutati da funi e da ‘slitte’ di legno e tronchi, le abbiano trascinate fino alla collina di Salisbury.


Ora sappiamo che almeno alcune provengono direttamente dal sito britannico. 

I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica British Archeology 


 Fonte: scienze.fanpage.it
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