giovedì 24 maggio 2018

Alle Maldive si può dormire nella prima villa sottomarina al mondo


La prima villa sottomarina al mondo. 
Apre a novembre e non poteva che essere alle Maldive, sull'atollo di Ari, all'interno del Conrad Maldives Rangali Island, dove già si trova il primo ristorante subacqueo al mondo. 

 Stiamo parlando di una dependance di 100 metri quadrati, ribattezzata Muraka - che nella lingua nativa di Dhivehi significa corallo -, con tutti i muri in vetro per una straordinaria esperienza a 360 gradi a cinque metri sotto la superficie dell'Oceano Indiano. 

Muraka nasce da un'idea di Ahmed Saleem, direttore di Crown Properties, e dell'ingegnere neozelandese Mike Murphy, che ha creato il celebre ristorante sottomarino Ithaa di Conrad. E vuole offrire una esperienza unica nel suo genere: quella di vivere e dormire sott'acqua, circondati da pesci multicolor, coralli e squali.


La villa include un soggiorno e un bagno, oltre ovviamente ad una camera da letto king-size, un maggiordomo privato, un ponte esterno da cui ammirare l'alba e il tramonto e una piscina a sfioro sull'oceano. 

Qui sotto della tv si potrebbe fare a meno, visto che tutto intorno è uno spettacolo in continua evoluzione 24 ore su 24. Ma non manca Netflix, incluso nel prezzo di 63 mila dollari a notte, 56 mila euro. 

«La villa è posizionata in modo che, quando si guarda fuori, si ha una sensazione di infinito e libertà», spiega il direttore del Conrad Maldives Rangali, Stefano Ruzza. E tutto intorno «c'è il divieto di immersione, quindi nessun ospite potrà essere disturbato sott'acqua», se non dai pesci.


La villa è stata precostruita a Singapore per poi essere spedita alle Maldive e installata sull'isola privata di Rangali, sotto la supervisione di due biologi marini che cureranno il trapianto dei coralli creando una nuova barriera corallina intorno alla residenza sottomarina. 

Il progetto è costato 15 milioni di dollari ed è stata utilizzata la stessa tecnologia già sperimentata con il ristorante dello stesso hotel. 

 Muraka non è l'unica stanza sottomarina al mondo, ma sicuramente la più grande e la più costosa.

 Fonte: lastampa.it

mercoledì 23 maggio 2018

Le lumache rosa del Monte Kaputar


In Australia, sul Monte Kaputar, sono state avvistati degli incredibili esemplari di Triboniophorus graffei, maxi lumache rosa che trascorrono tutto il giorno a nascondersi, per poi uscire la notte alla ricerca di cibo. 
 Le straordinarie lumache australiane hanno una lunghezza fino a 14 centimetri e, soprattutto, un colore sgargiante che le rende inconfondibili.
 Quel che non era previsto è che sul Monte Kaputar, un aspro rilievo di 1.524 mesi nel nord della regione del New South Wales, di Triboniophorus graffei se ne potessero trovare in grandi quantità. 

A sostenere l’esistenza di numerosissime “famiglie” di lumache rosa giganti è stato il ranger Michael Murphy, del National Parks and Wildlife Service, che all’Australian Broadcasting Company ha rivelato come “mettendosi in cammino di buon mattino, si può andare in giro e vederne a centinaia di Triboniophorus. 
Ma solo in quella zona” – ha poi aggiunto il ranger, rivendicato l’esclusività dell’area.


Sempre secondo quanto affermano i naturalisti, le lumache passerebbero le giornate nascoste, ma si rivelerebbero particolarmente attive durante la notte, quando uscirebbero dalle loro tane alla ricerca di cibo (prevalentemente, sugli alberi).
 Stando al National Parks and Wildlife Service, la colorazione rosa delle lumache potrebbe essere funzionale a una forma di mimetizzazione sicuramente particolare. 

 Ancora, ha affermato Murphy, le lumache sarebbero le “figlie” di animali che un tempo vivevano in Australia. 
Si parla, in questo caso, di epoche ben antiche, relative a quando il territorio faceva parte di un super-continente chiamato Gondwana. Successivamente, un’eruzione vulcanica sul Monte Kaputar – circa 17 milioni di anni fa – ha creato i presupposti per permettere a centinaia di tipologie di creature diverse di poter trovare il proprio habitat naturale.


Secondo il NSW la zona è una comunità ecologica protetta, con migliaia di esemplari in via di estinzione. 

 Fonte: guidasalute.it

martedì 22 maggio 2018

La sagoma di un cavallo emerge dai nuovi scavi di Civita Giuliana a Pompei


Eccezionale scoperta nei pressi di Civita Giuliana, zona nord fuori le mura di Pompei, grazie ad un’operazione congiunta degli investigatori del Comando Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata, del Nucleo TPC di Napoli e del Parco Archeologico di Pompei.

 Da tempo l’area era stata presa di mira da scavi clandestini e solo l’importante lavoro delle forze dell’ordine ha permesso di arginare l’illecito lavoro che ha portato alla perdita di reperti e importanti strati archeologici.


Alla stampa, il direttore generale Massimo Osanna, ha presentato in esclusiva gli straordinari ritrovamenti che sono emersi durante le attività di scavo in corso. 

 La zona esterna ai confini di Pompei, il suburbio, è sempre stato popolato da numerosi complessi insediativi che rispondevano ad esigenze di carattere produttivo (vino, olio), residenze sia temporanee che di soggiorno fisso da parte del proprietario. 

Gli scavi in località Civita Giuliana, a 700 metri a nord ovest dalle mura dell’antica Pompei, hanno infatti rivelato una villa rustica, già in parte indagata agli inizi del ‘900 e solo recentemente oggetto di scavi stratigrafici da parte degli archeologi. 
Tra il 1907- 1908, ad opera del Marchese Giovanni Imperiali su concessione del Ministero della Pubblica Istruzione, fu data la possibilità di scavare nella zona a nord dell’area attualmente portata alla luce e già ad emergere furono importanti resti del settore residenziale e produttivo della villa (15 ambienti).
 Il settore residenziale si articolava intorno ad un peristilio e su due lati era delimitato da un porticato con colonne in muratura. Degli ambienti messi in luce sul lato orientale del peristilio, solo cinque hanno avuto un’adeguata documentazione fotografica che ha permesso di ubicare con precisione le strutture.
 Le pareti erano decorate in III e IV stile e gli ambienti hanno anche restituito oggetti legati alla vita quotidiana, all’ornamento personale e al culto domestico dei residenti.

 Del settore produttivo, invece, non si hanno informazioni tali da poterlo ubicare in maniera precisa, ma sicuramente doveva essere dotato di un torcularium, di una cella vinaria e di altri ambienti per lo stoccaggio delle derrate prodotte dal fondo agricolo che circondava la villa. 
Di incerta posizione anche un lararium dipinto su un angolo del cortile. 
I resoconti degli scavi del Marchese Imperiali sono stati pubblicati nel 1994 dall’allora Soprintendenza di Pompei con una monografia. Ulteriori resti di strutture sono state trovate in maniera casuale nel corso degli anni e dalla stessa Soprintendenza nel 1955, ma l’incuria e l’abbandono hanno fatto si che la zona fosse preda di scavi clandestini individuati solo grazie alle proficue indagini svolte dai Carabinieri. 
Questi professionisti dell’illecito avevano infatti realizzato dei cuniculi che seguivano perfettamente le pareti perimetrali degli ambienti, provocando irreparabili brecce nei muri antichi, danneggiamento degli intonaci e la perdita di importantissimi reperti e strati archeologici. 

L’esigenza di interrompere questo scempio, ha portato finalmente l’avvio di nuovi scavi grazie alla sinergia tra il Parco Archeologico di Pompei e la Procura della Repubblica di Torre Annunziata.




La nuova stagione di scavi ha portato in luce una struttura a pianta rettangolare in opus reticulatum , su due piani e con cinque ambienti emersi tutti interessati dal crollo delle tegole del tetto e del pavimento del piano superiore, di cui è rimasta traccia solo delle orditure delle travi. Al momento sono stati esplorati solo due ambienti, di cui uno ha permesso la realizzazione dei calchi in gesso di due arredi, sicuramente un letto e forse un altro esemplare simile, e l’altro, in corso di scavo, di due equini che hanno trovato la morte durante l’eruzione del 79 d.C. Uno degli animali, evidentemente sfuggito all’attenzione degli scavatori clandestini, è stato ritrovato integro, con l’apparato scheletrico completo in connessione, bardato con morso e briglie in ferro e sull’osso occipitale, tra le orecchie, elementi decorativi in bronzo applicati probabilmente su elementi di cuoio non rinvenuti. Il secondo animale, di taglia inferiore, presenta invece solo parte delle zampe.


Sebbene i cavalli antichi fossero di dimensioni più ridotte rispetto a quelli attuali, il cavallo integro di Civita Giuliana ha dimensioni considerevoli per l’epoca, che potrebbero suggerire la presenza di individui altamente selezionati nell’area di Pompei nel 79 d.C. 

Probabilmente di “razza nobile”, era indicatore dell’enorme ricchezza del proprietario della villa, sia per la dimensione non usuale, sia per i finimenti di pregio in ferro e bronzo ma che, come molti suoi simili, non è riuscito a sfuggire alla furia del vulcano, lasciando memoria indelebile per i posteri. 

 L’attuale indagine, infine, ha posto importanti quesiti non solo sulle peculiarità del complesso, ma anche sull’effettiva dimensione della villa stessa che si ipotizza essere molto più ampia degli attuali confini portati alla luce.













 Fonte: mediterraneoantico.it

L'incredibile spettacolo delle onde rosse di San Diego che brillano al buio


Senza alcun preavviso, la scorsa settimane le acque al largo della California si sono colorate di rosso-ruggine e, al calar del sole, la marea è diventata fluorescente. 
Dopo anni di assenza, la costa di San Diego, fra La Jolla a Encinitas, è tornata palcoscenico di un incredibile fenomeno che continua a stupire, ovvero la «fioritura» di una massiccia colonia di plancton rosso in grado di brillare al buio.

 Le minuscole creature, dette dinoflagellate, sono ben visibili solo quando il Sole è alto nel cielo, fra le 11 e le 13. Ma è di notte che danno il meglio di sé, illuminando le onde che si riversano sulla battigia con la loro bioluminescenza, ovvero la loro capacità di produrre luce chimicamente.


Non si sa per quanto tempo durerà la fioritura, o fino a che punto potrebbe estendersi sulla costa. Ma lo Scripps Institution of Oceanography dell'Università della California sta studiando il fenomeno e prevede che le onde rosse sono dirette verso Nord.
 «È difficile studiare un evento così imprevedibile», ha spiegato il professor Michael Latz, che insieme agli altri ricercatori dello Scripps ha raccolto campioni d'acqua «infestata» dal plancton, per studiarlo e carpirne le peculiarità. 

 Le dinoflagellate raccolte dall'oceano al largo di San Diego sono lunghe circa 0,3 millimetri. E la loro bioluminescenza, ovvero il suggestivo spettacolo che stanno offrendo sulla costa californiana, ha lo scopo di spaventare e allontanare i predatori affamati.


Il meccanismo biologico che fa brillare le piccole creature marine non è completamente compreso, ma proprio come quello delle lucciole è intermittente, offrendo così un incredibile spettacolo notturno visibile per circa due ore dopo il tramonto.

 Fonte: lastampa.it

venerdì 18 maggio 2018

The Floating Forest, la nave da guerra trasformata in un giardino galleggiante


Questa vecchia imbarcazione si trova al largo del porto di Sidney, in Australia.
 Si tratta di una vecchia nave militare utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale per il trasporto di provviste destinate alle truppe americane impegnate nel conflitto nelle acque del Pacifico.

 La SS Ayrfield, questo è il nome della nave, è stata costruita in Inghilterra nel 1911 e abbandonata nel cantiere navale adibito alla rottamazione di Homebush Bay nel 1972.
 Qui, in questo cimitero e tra i tanti relitti, la natura sembra proprio aver scelto questo vecchio rottame per attuare uno dei suoi meravigliosi miracoli: la vegetazione, infatti, l’ha ricoperta quasi completante di mangrovie, tanto che farla diventare un’attrazione turistica in grado di attirare fotografi e curiosi provenienti da ogni angolo del mondo.


Con la sua imponente stazza di 1.140 tonnellate e una lunghezza di quasi 80 metri, l’Ayrfield è conosciuta come “The Floating Forest”, la splendida Foresta Galleggiante che, nonostante i duri trascorsi e il suo scafo ormai arrugginito, sta oggi vivendo una nuova vita. 

Uno dei grandi esempi di come la natura riesca sempre a stupire e a superare l’ingegno umano, ponendo il suo splendido rimedio su qualsiasi elemento, anche se non le appartiene. 

 Fonte: mybestplace

giovedì 17 maggio 2018

In Sardegna c’è una sorgente sottomarina che si può bere


Sulla costa orientale della Sardegna, tra le splendide calette del Golfo di Orosei, sorge la spiaggia di Ispuligedenie meglio conosciuta come Cala Mariolu.
 È un’insenatura da favola, considerata una delle più belle d’Italia. Al largo della spiaggia, in certi periodi dell’anno, si può assistere a un fenomeno eccezionale: una sorgente di acqua dolce sgorga nel bel mezzo del mare salato, acqua potabile che si può anche bere. Per poterla ammirare bisogna nuotare un po’. 
 La sorgente di acqua dolce origina dai ruscelli che, durante l’inverno, per via delle forti piogge, si gonfiano e la rendono rigogliosa e quindi ben visibile a occhio nudo, grazie soprattutto all’incredibile trasparenza dell’acqua e al fondale basso.
 

La spiaggia di Cala Mariolu appartiene al Comune di Baunei e deve il suo nome alla foca monaca che viveva in questa zona. 
I pescatori infatti utilizzavano la grotta che si affaccia su questa insenatura per conservare il pesce appena pescato, che puntualmente veniva rubato dalla foca.
 Per questo motivo i pescatori avevano apostrofato la foca con l’appellativo di ”mariolu” che, in dialetto, significa ‘ladra’.

 La spiaggia è conosciuta anche con il nome di ‘Ispuligidenie’ che in dialetto baunese significa ‘pulci di neve’. 
Questo secondo nome è dovuto ai sassolini bianchi caratteristici di questa incantevole baia. 


Fonte: siviaggia.it

mercoledì 16 maggio 2018

Trovata la tomba di uno dei fedelissimi di Ramses II


Nel sito di Saqqara in Egitto, secondo quanto confermato dal Ministero dei Beni culturali egiziano, gli archeologi hanno scoperto una tomba di 3.300 anni fa. 
Appartiene a un generale che iniziò la sua carriera militare nell'esercito del faraone Seti I (1324-1279 a. C.) e la concluse con ruoli di comando sotto il regno del figlio, il grande Ramses II (1303-1212 a. C.).


All'interno della tomba sono state trovate molte stanze e un'area dipinta con scene che raffigurano la vita quotidiana.
 Alcune scene ricostruiscono le azioni militari compiute dal generale, altre aiutano a farci un'idea delle  relazioni tenute con i paesi limitrofi.

 Una scena, per esempio, mostra una serie barche ormeggiate da cui viene scaricato vino prodotto dai Cananei, popolo che viveva in un territorio che oggi appartiene in parte a Israele e in parte alla Palestina: negli anni del Nuovo Regno (quando fu costruita la tomba) era sotto l'influenza politica degli Egizia


Un blocco staccato dal muro mostra invece una scena abbastanza eccezionale: un'unità di fanteria che in un corso d'acqua si imbatte in coccodrilli.
 La traversata, secondo gli studiosi, potrebbe andrebbe collocata al confine orientale dell'Egitto.

 Gli scavi sono ancora in corso.
 Il corpo del defunto non è ancora stato trovato. Gli archeologi non escludono però che con qui possa trovarsi anche il corpo del figlio del generale, Yuppa, e quello del nipote Hatiay, entrambi citati nelle iscrizioni. 

 Fonte: focus.it

Il sontuoso Rainbow Bridge sacro ai Navajo è stato incoronato santuario delle stelle


International Dark Sky Sanctuary, santuario del cielo oscuro.

 Il Rainbow Bridge lo conosciamo di giorno, con il suo incredibile arco naturale in pietra che rompe a metà il cielo, proprio come se fosse un arcobaleno. E invece pare sia di notte il momento migliore per ammirarlo.

 Il monumento nazionale di Lake Powell, nello Utah, è considerato sacro da almeno sei tribù native americane, tra cui i Navajo.


Con i suoi 90 metri di altezza, il Rainbow Bridge è considerato il ponte naturale più grande al mondo.
 E' tutelato dal'U.S. National Park Service e ora a proteggerlo ci penserà anche dall'International Dark-Sky Association, ente che lavora per preservare i cieli notturni di tutto il mondo.


Il Rainbow Bridge è stato eletto santuario non solo perché si trova in un luogo geograficamente isolato, ma soprattutto per far aumentare la consapevolezza del valore del sito e promuoverne la conservazione, proprio come i suoi tre fratelli stellari: Aotea, in Nuova Zelanda, il Cosmic Campground del New Mexico e l'osservatorio astronomico di Elqui Valley, in Cile.


Inutile dire che il Rainbow Bridge continuerà a stregare sia di giorno che di notte.

 Esiste sin dalla notte dei tempi, ma anche se le popolazioni Navajo lo conoscono da sempre, e pensano che sia stato plasmato a mano dagli Dei, è stato ufficialmente scoperto solo nel 1909. 
A lungo è stato considerato un luogo inaccessibile, ora invece ci sono due percorsi escursionistici, che permettono a 85 mila turisti di apprezzarlo ogni anno. 

 Fonte: lastampa.it

Dubai Miracle Garden: il più grande giardino di fiori del mondo si trova nel deserto


Lasciati incantare da un tripudio di colori e profumi che soltanto il Giardino dei Miracoli di Dubai può regalare.
 Settantadue metri quadrati occupati da 45 milioni di fiori esposti è ciò che lo rende il giardino di fiori naturali più grande al mondo. Un sogno che diventa realtà per tutti gli appassionati di fiori.

 Si tratta di un’escursione in una coloratissima cornice nel cuore del deserto degli Emirati Arabi.
 Aperto per la prima volta nel 2013, a distanza di un solo anno Dubai Miracle Garden contava giù un milione di visitatori da tutto il mondo. 
Oggi è una delle più grandi attrazioni della città.


Soltanto al Dubai Miracle Garden è possibile ammirare una grande varietà di fiori sistemati in forme e colori davvero sensazionali: stelle, igloo, cuori, piramidi, pavoni, castelli fiabeschi e cascate ricolme di fiori.
 I motivi floreali cambiano con le stagioni, dunque tornare a visitarlo dopo qualche tempo risulterà in un’esperienza completamente diversa.






Dopo aver visitato il Dubai Miracle Garden, si avrà la sensazione di aver ammirato una delle più belle gallerie d’arte piuttosto che un giardino fiorito.
 Questo grazie alle affascinanti sculture di fiori che accompagnano tutto il percorso.
 I fiori presenti nel giardino sono principalmente petunie, Marigold, gerani e calendule che con un tocco di arte formano delle sculture mozzafiato.
Un grande orologio di fiori, automobili colorate rivestite di gerani, vasi giganti, case dai muri fioriti, barche trasformate in originali contenitori per petunie ed addirittura una riproduzione in miniatura del Burj Khalifa. 
 I sentieri sono poi adornati da archi a forma di cuore sotto a cui passare, porticato di fiori con il tetto fatto di ombrelli… Il tutto è a dir poco suggestivo! 
 Ma tra le più belle attrazioni da vedere all’interno del Giardino dei Miracoli è la più grande composizione floreale al mondo che vanta il riconoscimento come Guinnes World Record: quella che riproduce le forme di Airbus 380.


Dal 2015, inoltre, è possibile ammirare più di 15 mila farfalle di 30 specie differenti, ospitate nel Dubai Butterfly Garden, ovvero il giardino al chiuso più grande al mondo, dedicato a questo splendido insetto dalle ali colorate. 
Una struttura composta da 9 cupole, ognuna delle quali ospita farfalle dalle specie, dimensioni e colori differenti. 
Ogni cupola accoglie fino a 300 persone alla volta.


A causa delle temperature troppo elevate, Dubai Miracle Garden è chiuso da maggio a settembre. 


Fonte: viaggiare.moondo

martedì 15 maggio 2018

Elysia chlorotica, la lumaca di mare che si nutre con il sole


Il suo nutrimento è la luce del sole. E non è una pianta.

 Una speciale lumaca di mare forse invidiosa di questa capacità tipica dei vegetali, ha deciso di imitarli, letteralmente rubando alle alghe i plastidi coinvolti nel processo di fotosintesi.

 Lo ha rivelato uno studio condotto dai ricercatori della Rutgers University di New Brunswick, secondo cui questa lumaca può appropriarsi della materia prima dalle alghe per mantenere il suo stile di vita “ad energia solare”. 

 Nota come Elysia chlorotica, la lumaca di mare si nutre grazie al sole e per farlo ha trovato un'ottima soluzione: sottrae milioni di plastidi verdi alle alghe.
 Questi ultimi sono minuscoli organi che funzionano come veri e propri pannelli solari.
 I plastidi non vengono digeriti ma immagazzinati nel rivestimento dell'intestino della lumaca.


Questo mollusco vive nell'area tra la Nuova Scozia, il Canada e l'isola di Martha's Vineyard, ma anche in Florida e può crescere fino a 5 cm di lunghezza.
 Le lumache giovani mangiano l'alga Vaucheria litorea e diventano fotosintetiche.

 La fotosintesi avviene solitamente quando le alghe e le piante usano la luce solare per creare energia chimica (zuccheri) da anidride carbonica e acqua.
 I plastidi dell'alga sono organelli fotosintetici (come gli organi negli animali e nelle persone) con clorofilla, un pigmento verde che assorbe la luce. 
 Questa particolare alga è una fonte di cibo ideale per le lumache visto che il suo corpo è simile a un lungo tubo al cui interno si trovano nuclei e plastidi.
 La lumaca di mare fa un buco nella parete cellulare esterna, aspira il contenuto della cellula e cattura tutti i plastidi algali.


Per scoprirlo, il team della Rutgers University ha usato il sequenziamento dell'RNA.
 I dati hanno mostrato che la lumaca è capace di proteggere i plastidi dalla digestione e attiva dei geni specifici.
 Secondo i ricercatori, l'Elysia chlorotica dopo aver rubato i plastidi, smettere di nutrirsi e sopravvive grazie alla fotosintesi per i successivi 6-8 mesi.

 Si tratta di un risultato incredibile, simile all'aggiunta di pannelli solari al proprio corpo. 
 “È un'impresa notevole perché è molto raro che un animale si comporti come una pianta e sopravviva solo grazie alla fotosintesi”, ha detto Debashish Bhattacharya, autore senior dello studio e professore nel Dipartimento di Biochimica e Microbiologia di Rutgers-New Brunswick. 
“L'implicazione più ampia è nel campo della fotosintesi artificiale. Se riusciamo a capire come la lumaca conserva i plastidi rubati e li isola per fissare il carbonio senza il nucleo della pianta, allora forse possiamo farlo anche noi ideando sistemi verdi per creare bioprodotti o energia.
 Il paradigma esistente è che per produrre energia verde, abbiamo bisogno della pianta o dell'alga per gestire l'organello fotosintetico, ma la lumaca ci mostra che non sempre è così”.

 La ricerca è stata pubblicata su Molecular Biology and Evolution.

 

Francesca Mancuso
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