giovedì 18 gennaio 2018

Butterfly Lovers: la leggenda d’amore patrimonio dell’umanità


La storia d’amore tra Liang e Zhu è paragonabile alla tragedia di Romeo e Giulietta, i due innamorati che morirono tragicamente a causa del loro amore contrastato.

 Ama, ama follemente, ama più che puoi e se ti dicono che è peccato ama il tuo peccato e sarai innocente. 
William Shakespeare ~ Romeo e Giulietta 

 La storia di Liang Shanbo e Zhu Yingtai affonda le proprie origini nel 1600 nella cultura popolare cinese, i due giovani erano destinati ad un amore impossibile, lei nobile, bella e ribelle e lui letterato di umili origini.


La leggenda tramandata nei secoli narra di come Zhu avesse il grande desiderio di frequentare l’università di Hangzhou, ma essendo questa interdetta alle donne durante la dinastia Jin, con l’aiuto del padre si travestì da uomo e prese in mano le sorti della sua vita.
 Anche il giovane Liang stava andando alla città dove Zhu era diretta e i due si incontrarono durante il viaggio.

 Come ogni storia che si rispetti, ben presto l’amicizia si trasformò in qualcosa di più forte e la complicità fu da subito così intensa da far nascere un legame quasi di “fratellanza”.
 Dopo tre anni di studio Zhu dovette tornare a casa e Liang la accompagnò, ancora ignaro del fatto che lui fosse in realtà una lei. Solo dopo qualche mese dal ritorno a casa lui scoprì l’identità della ragazza, i due ovviamente si innamorarono perdutamente al punto che lui decise di chiederla in moglie. 

 Dell’amore della figlia per l’umile Liang, il padre non ne era contento, inoltre i genitori avevano già programmato il matrimonio della loro unica figlia con un nobile giovane,
 Ma Wencai. Il povero innamorato non resistette al dolore tanto che il suo cuore cedette e morì, questa notizia scosse terribilmente Zhu, la quale decise di sposare il nobiluomo a patto che il padre le permettesse di porgere gli ultimi saluti sulla tomba dell’amato. Prima della cerimonia la sposa triste passò al sepolcro dell’innamorato, dove pianse le sue lacrime per l’amor perduto; ma mentre lei si disperava certa della sorte che la aspettava all’altare, il sepolcro di Liang si aprì, si narra a causa di un fulmine, e lei senza pensarci un secondo vi si catapultò all’interno.
 Mentre Zhu stava ancora precipitando nella tomba il sepolcro si richiuse davanti agli occhi esterrefatti del padre; dopo pochi minuti la tomba si riaprì una seconda volta e ne uscirono due colorate farfalle: le anime dei due innamorati Liang e Zhu.
 Le farfalle danzarono un po’ accanto al padre atterrito dal dolore e poi si allontanarono scomparendo all’orizzonte, finalmente libere di amarsi.


La storia d’amore tra Liang e Zhu viene spesso rappresentata in opere, film e balletti, è un amore tormentato che trova la pace solo dopo la morte proprio come fu per Romeo e Giulietta, le loro tragiche storie hanno una linea che le unisce tanto che la città di Ningbo e quella di Verona, sede delle vicende narrate nell’opera shakespeariana, hanno firmato un gemellaggio da cui c’è stato uno scambio di statue, Giulietta è quindi finita a vegliare sulla città degli amanti cinesi, mentre una copia della statua di Liang e Zhu veglia all’ingresso della tomba della Capuleti.

 La città di Ningbo, patria della storia d’amore narrata, ha fatto domanda all’UNESCO perché questa leggenda venga riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

 Questa storia d’amore deve insegnarci che l’amore è libero, non deve mai essere costruito e che è così forte da resistere anche dopo la morte.

 Fonte: eticamente.net

mercoledì 17 gennaio 2018

Lo zoo svedese che ha ucciso 9 cuccioli di leoni perché in esubero


Ci risiamo... In perfetta salute, ma uccisi perché lo zoo non poteva permettersi di tenerli. 
Nove cuccioli di leone, negli ultimi cinque anni, hanno fatto una brutta fine. 

L’agghiacciante storia, purtroppo non un caso isolato, viene da Boras Djurpark, lo zoo svedese vicino a Goteborg.
 Sono stati gli stessi responsabili della struttura ad ammetterlo: solo due dei 13 cuccioli nati da tre diverse cucciolate sono ancora vivi e rinchiusi allo zoo. 
Due leoni sono morti per cause naturali e i restanti cuccioli sono stati soppressi.


Una pratica che il Boras Djurpark, a circa 40 chilometri da Göteborg usa ormai da tempo. 

Simba, Rafiki, Nala e Sarabi sono nati nella primavera 2012 e soppressi nell’autunno 2013, mentre Kiara, Banzai e Kovu sono nati nella primavera del 2014 e sono stati uccisi fra l’estate e l’autunno 2015. 
 Ancora nel 2016 sono stati soppressi Potter, Weasley, mentre Granger e Dolores sono stati trasferiti in uno zoo inglese. 

Secondo quanto raccontano i responsabili, si sarebbe fatto di tutto per venderli o spostarli in altre strutture. “ Non abbiamo trovato nessuno disponibile e gli animali erano troppi”, dicono. “Quando hanno iniziato a essere troppo aggressivi e il gruppo troppo numeroso abbiamo dovuto procedere in quel modo.
 Non è un segreto e non cerchiamo di nascondere che lavoriamo in questo modo. 
È, purtroppo, un percorso naturale per i gruppi di leoni”, spiega Bo Kjellson, amministratore delegato del parco, alla tv svedese SVT.


A noi la cosa che sconvolge è proprio questa pratica legalizzata e il fatto che quasi ci si scandalizzi che dei leoni possano essere aggressivi. 
Certo, in un contesto in cui vengono narcotizzati e drogati per diventare degli automi, forse può sembrare strano vederli comportarsi secondo la loro indole. 
E’ questo è l’ennesimo motivo per cui condanniamo fermamente gli zoo di tutto il mondo. 
 Basti pensare che non è la prima volta che parliamo di animali uccisi per esubero.

 Ricordiamo ad esempio Marius, la piccola giraffa uccisa davanti agli spettatori e poi data in pasto ai leoni nello zoo di Copenaghen. In quel caso, tutto il mondo si era indignato per la spettacolarizzazione della morte, qualcosa che ovviamente in natura non avrebbe destato alcun scalpore.
 E come dimenticare la zebra della Norvegia dato in pasto alle tigri a Kristiansand Dyrepark, anche in quel caso perché l’animale non poteva essere mantenuto dallo zoo.

 Tutto questo fa riflettere ancora una volta sull’inutilità di queste strutture che per puro profitto non rispettano il benessere degli animali. 

 Dominella Trunfio

Selinunte, scoperta in Sicilia una città greca rimasta sepolta per 2700 anni


Una città nascosta da 2700 anni.
 È grazie ad una termocamera ad alta sensibilità termica, caricata su drone, se i geologi dell’Università di Camerino hanno rilevato sul terreno dell’area archeologica di Selinunte, alcune anomalie riconducibili ad importanti strutture sepolte che dal tempio scendevano verso il porto.

 Lo hanno annunciato Enrico Caruso e Fabio Pallotta del Parco Archeologico di Selinunte, spiegando che sotto l’antica città situata sulla costa sud-occidentale della Sicilia sono state individuate anche le tubature costruite dai greci ed attraverso le quali l’acqua arrivava nelle case, ambienti domestici destinati al culto e la più antica raffigurazione di tutto il mondo greco di Hekate, personaggio di origine pre - indoeuropea che fu poi ripreso dalla mitologia ellenica.


È stata utilizzata una tecnica basata su geomorfologia ed archeologia, che ora potrebbe essere applicata sistematicamente agli altri siti in Italia. 
«Il lavoro avviato con i tecnici dell’Unicam, frutto di un anno di letture e sopralluoghi, promette bene: procedere alla conoscenza degli strati più profondi del terreno su cui i greci decisero di insediarsi, ci permetterà di trovare le soluzioni migliori per perpetuare nel futuro prossimo ed anche oltre il patrimonio straordinario di Selinunte».


«Verosimilmente - spiega Pallotta - era un susseguirsi di templi e di vasche colme di limpida acqua sorgiva che ruscellava verso il mare africano per offrire prezioso ristoro ai viaggiatori di confine.
 Da queste immagini termiche tutti possono osservare come il gradiente di calore delinea nel terreno perfetti disegni geometrici che circondano proprio i resti del cosiddetto «Tempio M», ora collocato lungo la sponda destra del Fiume Selino, ma che in origine spiccava con tutta la sua bellezza sull’estremo promontorio occidentale dell’incantevole laguna».


Sorpresa nella sorpresa: il ritrovamento dell’icona di «Ecate o Hekate, la dea che regnava sui demoni malvagi, sulla notte, sulla luna, nella sua più antica raffigurazione in tutto il mondo greco», afferma Enrico Caruso, direttore del Parco archeologico più grande d’Europa. 
«Abbiamo rinvenuto anche vasi corinzi, oggetti ornamentali, statue ed addirittura un flauto sempre dell’epoca greca. 
Abbiamo poi ricostruito in 3D le case risalenti all’epoca classica ed ellenistica, dopo la distruzione del 409 a.C. e riprodotto virtualmente la facciata del Tempio Y, in stile dorico, circondato da colonne, il più antico tra quelli selinuntini». 

 Fonte: lastampa.it

martedì 16 gennaio 2018

Un trono di ferro nella camera della Piramide di Cheope?


Lo scorso novembre aveva fatto scalpore la notizia di due cavità nascoste all'interno della Grande Piramide, la tomba del faraone Cheope, costruita 4.500 anni fa nella piana di Giza, in Egitto.
 I due vuoti - il principale dei quali sarebbe una galleria lunga una trentina di metri, alta 8 e larga 2 - sono stati individuati nell'ambito del progetto Scan Pyramids grazie ai muoni, particelle subatomiche che arrivano dallo Spazio e che, rilevate, permettono di "vedere attraverso" monumenti anche di notevole spessore. 
 Da allora gli archeologi di tutto il mondo si sono interrogati sulla possibile funzione del "Grande Vuoto" e su che cosa contenesse. 

Un'ipotesi interessante proviene da uno scienziato italiano ed è ora spiegata su ArXiv.org.
 Per Giulio Magli, direttore del Dipartimento di Matematica e professore di archeoastronomia al Politecnico di Milano, lo spazio appena scoperto potrebbe contenere un oggetto che doveva servire al faraone per raggiungere l'aldilà: un trono di ferro descritto nei Testi delle Piramidi, formule rituali egizie che accompagnavano il faraone nel suo ultimo viaggio e che descrivevano dettagliatamente il percorso che avrebbe dovuto compiere per raggiungere gli dei.
 

Difficile, spiega Magli, che il Grande Vuoto avesse l'unica funzione di sgravare dal peso dell'edificio la Grande Galleria, l'ampio tunnel che, all'interno della piramide, conduce alla camera funeraria: il tetto a spiovente della galleria era stato già progettato proprio a questo scopo.
 Ci deve essere un'altra spiegazione, coerente con le idee egizie sull'aldilà e con quanto illustrato nei Testi delle Piramidi. 
«In questi si dice che il faraone, prima di raggiungere le stelle del nord, dovrà passare per le "porte del cielo" e sedere sul suo "trono di ferro"».

 Per i Testi delle Piramidi, infatti, l'aldilà del faraone era da collocarsi in cielo, tra le stelle del nord come le costellazioni del Grande Carro o del Dragone.

 All'interno della Piramide ci sono quattro condotti, stretti come fazzoletti, che puntano verso le stelle. 
Due si aprono sulla facciata esterna del monumento, gli altri due sfociano in altrettante piccole porte. Una di queste, a sud, è stata più volte esplorata senza risultati, mentre quella a nord rimane sigillata. 
 Per Magli, potrebbe trattarsi proprio di "quelle" porte del cielo, e quella a nord potrebbe condurre proprio al Grande Vuoto. 
Se così fosse, seguendo il ragionamento dei testi sacri, in questo spazio potrebbe trovarsi a questo punto il trono di ferro necessario affinché si compiano le profezie (naturalmente, e vista l'epoca, ferro meteoritico, come quello del pugnale di Tutankhamon). 

L'unico modo per capire se si tratti di qualcosa di più di un'ipotesi sarebbe esplorare il condotto nord, un obiettivo difficile e presente da tempo, ancora prima della scoperta del Grande Vuoto.

 Le sorprese non sembrano insomma finire qui. 

 Fonte: focus.it

lunedì 15 gennaio 2018

Uccelli del paradiso: le loro piume sono così nere da assorbire il 99,9% della luce


Le loro piume sono così nere da assorbire il 99,9% della luce. 

Una specie di uccello del paradiso ha sorpreso gli scienziati, abituati ad ammirare animali dai colori sgargianti.
 Questa insolita creatura è davvero speciale.

 I ricercatori dell'Università di Yale hanno deciso di dare un'occhiata più da vicino alle sue penne scure e ciò che hanno scoperto è veramente eccezionale, una sorta di evoluta illusione ottica.
 In genere, in natura, i colori vivaci sono utili in vari modi. 
Alcuni insetti li sfoggiano per avvertire i potenziali predatori che sono velenosi. Alcune piante producono fiori colorati che attraggono gli insetti e aiutano nell'impollinazione.

 Nel caso del maschio dell'uccello del paradiso, durante il suo rituale di accoppiamento esso solleva le ali a forma di cono, rivelando una macchia luminosa di piume di colore verde-blu circondate da un piumaggio nero.


Esaminandolo nel dettaglio, gli scienziati americani hanno capito che le piume così scure danno l'illusione che i colori adiacenti brillino, un effetto molto apprezzato dalle femmine.
 Le misurazioni ottiche hanno dimostrato che questa sorta di schema cromatico delle piume fa sì che esse assorbano fino al 99,95% della luce, una percentuale paragonabile ai materiali ultra-neri prodotti dall'uomo per i telescopi spaziali. O ancora somigliano a quelle progettate dagli ingegneri per creare materiali neri usati per facilitare l'assorbimento della luce nei pannelli solari. 

 La giustapposizione di nero e colori più scuri crea per uccelli e occhi umani ciò che è essenzialmente un'illusione ottica evoluta, ha spiegato l'autore Cody McCoy, laureato di Yale e ora al Dipartimento di Biologia Organismica ed Evolutiva di Harvard. Una mela ci appare rossa se è illuminata dalla luce del sole e se all'ombra perché gli occhi e il cervello dei vertebrati hanno un cablaggio speciale per regolare la percezione del mondo in base alla luce ambientale", ha detto McCoy. "Gli uccelli del paradiso, con il loro piumaggio super-nero, aumentano ai nostri occhi lo splendore dei colori adiacenti, proprio come noi percepiamo il rosso anche se la mela è all'ombra".

 Le microstrutture nelle penne dell'uccello del paradiso non coinvolte nella visualizzazione legata al momento dell'accoppiamento non hanno le stesse caratteristiche del piumaggio ultra-nero, un'altra testimonianza dell'importanza della selezione sessuale nell'evoluzione. 

 "La selezione sessuale ha prodotto alcuni dei tratti più notevoli della natura", ha affermato Prum. "Speriamo che gli ingegneri possano sfruttare ciò che l'uccello del paradiso ci insegna per migliorare le nostre tecnologie umane".


La Natura ha sempre tanto da insegnarci, non finiremo mai di rimanerne stupiti. 

Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications.

 Francesca Mancuso

venerdì 12 gennaio 2018

Platanista, una speranza dal fiume Indo


Il subcontinente indiano ospita uno dei mammiferi più misteriosi e affascinanti del pianeta, un delfino d’acqua dolce chiamato Platanista dell’Indo (Platanista minor) che popola il terzo fiume per portata d’acqua di questa grande area asiatica e che si getta nell’oceano Indiano dopo aver attraversato il Pakistan.

 Questi delfini d’acqua dolce hanno subito negli ultimi decenni minacce tanto gravi da portare la specie a un passo dall’estinzione. Stessa sorte anche per Platanista gangetica che vive lungo il corso del Gange.

 Attorno a questi cetacei sono in atto diatribe tassonomiche per capire se il delfino dell’Indo sia una sottospecie di quello del Gange oppure una specie a sè, ma mentre gli scienziati si interrogano questi animali mostrano segni di declino preoccupante. Sovrappopolazione, inquinamento, depauperamento delle acque stanno prosciugando gli enormi corsi fluviali in cui vivono, distruggendone l’ecosistema. 
A questo si aggiunga la pesca, da ritenersi una delle principali cause di mortalità in questi delfini.
 Non solo, spesso questi mammiferi, nella ricerca di acque tranquille, finiscono nei canali d’irrigazione andando ad arenarsi in mezzo alle campagne dove vanno incontro ad una fine atroce.


La Platanista è un cetaceo particolare.
 Il suo rostro di forma allungata presenta numerosi denti che nella parte anteriore sporgono andando a formare una sorta di gabbia dove i pesci vengono intrappolati.

 Nonostante siano degli abili cacciatori, questi delfini sono privi della lente oculare sui cristallini e quindi sono a tutti gli effetti ipovedenti. 
Riescono solo a distinguere intensità e direzione della luce e la loro vita è affidata al potere dell’ecolocazione.
 Del resto, le acque limacciose di questi fiumi asiatici rendono indispensabile la messa punto di una tecnica di caccia che faccia ameno della vista.


Tuttavia, uno spiraglio di luce si apre sul futuro di questi animali così minacciati: dal 1999, il WWF ha attivato un programma di salvaguardia che, dopo decenni, sta dando i suoi frutti, come dimostrano i dati pubblicati quest’anno. 
Infatti, si è passati dai circa 1200 individui del 2001 ai circa 1900 dell’ultimo censimento.
 I segnali sono quindi positivi, ma la ripresa è molto lenta. L’inversione di una tendenza al declino è sicuramente già un grande successo, ma dobbiamo tener conto che gli equilibri sono precari per via di popolazioni davvero esigue. 
La battaglia per salvare i delfini dell’Indo si sposta quindi nei canali che mietono vittime e per i quali si stanno studiando dissuasori acustici per impedire a questi animali di risalire i condotti d’irrigazione. 

La guerra non è ancora vinta ma importanti passi avanti sono stati fatti per la sopravvivenza di questo cetaceo in una regione in cui l’uomo restringe sempre più i suoi spazi vitali. 

 FONTE: RIVISTANATURA.COM

giovedì 11 gennaio 2018

Il microcosmo di Nahualac


Un piccolo universo in miniatura.
 Si chiama Nahualac e si trova in Messico, alle pendici dell'Iztaccíhuatl, comunemente chiamato Iztla, la terza montagna più alta dello stato.

 Cos'ha di speciale? Situato a 3.870 metri sul livello del mare, Nahualac ospita un laghetto stagionale all'interno del quale in epoca preispanica fu costruito un tetzacualco, un santuario.

 Alcuni miti mesoamericani sulla creazione del mondo sostengono che Cipactli (il mostro della terra) galleggiasse sulle acque primordiali e dal suo corpo furono creati il cielo e la terra.
 Proprio il sito di Nahualac potrebbe emulare questa concezione.

 La presenza del tetzacualco nel bel mezzo di uno stagno e l'effetto ottico prodotto nello specchio d'acqua da cui sembra che la struttura emerga, suggerisce che il luogo sia la rappresentazione di un tempo e di uno spazio primitivi, un modello in miniatura dell'universo.


Lo ha spiegato l'archeologo Iris del Rocio Hernandez Bautista, della Divisione di Archeologia subacquea (SAS) dell'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH), responsabile della ricerca archeologica di questo sito che si trova nel comune di Amecameca, in Messico.

 Nel 2016 un team di scienziati ha condotto alcuni scavi ritrovando numerosi frammenti di ceramica, materiali litici, lapidari e resti organici. 
Ha scoperto inoltre che Nahualac è formato da due aree. La prima e più importante è un laghetto stagionale, costruito in tempi antichi, con un tempio rettangolare formato a sua volta da pietre impilate. 

La struttura è 11,5 x 9,8 metri. Attualmente, è possibile vedere gli angoli e alcuni cumuli di pietre che lo circondano. 

 La seconda area si trova 150 metri a sud-est della struttura, su un'ampia valle dove hanno origine le sorgenti che alimentano il lago. 
Lì sono stati trovati pezzi di ceramica con elementi decorativi associati a Tlaloc, la divinità della pioggia. 
 Secondo l'archeologo Iris Hernandez, Nahualac è la rappresentazione di uno spazio rituale dove il culto di Tlaloc è evidente, anche se non esclusivo, visto che è legato anche alle divinità femminili dell'acqua e della terra.
 Inoltre, le popolazioni dell'epoca avevano creato un sistema che portava l'acqua dalle sorgenti vicine allo stagno per provocare un effetto visivo molto particolare: la struttura e i cumuli di pietra sembravano galleggiare sulla superficie dell'acqua, che a sua volta rifletteva il passaggio circostante.


"Questi effetti visivi, così come le caratteristiche degli elementi del sito e il loro rapporto reciproco, hanno fatto pensare che Nahualac potrebbe rappresentare un microcosmo che evoca acque primordiali e l'inizio dello spazio-tempo mitico".

 Un piccolo universo costruito dalle antiche popolazioni centroamericane che cercava di spiegare le meraviglie del cosmo. 

 Francesca Mancuso

mercoledì 10 gennaio 2018

Si chiama jewelry ice ed è una rarità che si trova solo a Hokkaido, in Giappone


Un gioiello scintillante, unico al mondo.
 C'è solo un posto sulla terra dove si possono trovare i jewelry ice, ed è alla foce del fiume Tokachi, sull'isola di Hokkaido. 

Le condizioni uniche di questa spiaggia giapponese sono in grado di creare in questo periodo dell'anno degli incredibili blocchetti trasparenti di ghiaccio, così puri da sembrare vero cristallo. E anche se sono fatti solo di acqua congelata, queste opere d'arte della natura sono più preziose dei diamanti.
 Trovarne di eguali nel resto del mondo è impossibile, ed ogni anno è una vera sfida a chi per primo riesce a vederne uno.


Le prime fotografie dei gioielli di ghiaccio di Tokachi del 2018 sono apparse nelle ultime ore su Instagram, immortalando anche quest'anno un fenomeno quasi surreale che presto ricoprirà l'intera spiaggia, come già accaduto negli scorsi anni.


Quando le temperature calano, la foce del fiume si congela. E i frammenti di ghiaccio vengono «strappati» dalle onde del mare che entrano nella bocca del fiume e trasportati sulla sabbia della battigia, dove questi incredibili ghiaccioli, uno diverso dall'altro, possono brillare in tutto il loro splendore. 

 Il ghiaccio è così trasparente perché è formato da acqua dolce: è l'assenza di sale, quindi, è uno dei suoi fattori di unicità.
 L'altro è il tempo di congelamento, estremamente lento, che permette alle impurità, così come alle bolle d'aria, di non rimanere «intrappolate» nel ghiaccio.
 Il tutto combinato al lento movimento del fiume che si unisce al moto ondulatorio del mare, contribuendo alla levigazione di queste «pietre preziose».




«Non ho mai visto questo tipo di ghiaccio in alcuna altra parte del mondo»», ha dichiarato il fisico Peter Wadhams dell'Università di Cambridge al New York Times.
 Come lucentezza si avvicina al ghiaccio dei fiordi cileni e delle insenature dell'altopiano dell'Alaska, ma nessuno ha la stessa composizione molecolare.
 Un «miracolo» che ha fatto diventare la spiaggia sulla foce del Tokachi una ambitissima meta turistica invernale. 

 Fonte: lastampa.it

lunedì 8 gennaio 2018

La Montagna Spaccata di Gaeta


La Montagna Spaccata è un luogo magico che si trova a Gaeta e che ogni anno attrae migliaia di visitatori affascinati dalle tre fenditure che si trovano sul promontorio.

 Qui sorge il Santuario della S.S. Trinità costruito nel XI secolo e affacciato sul monte Orlando. 
 Questo santuario è passato alla storia perché qui hanno pregato numerosi pontefici, tra cui Pio IX ma anche sovrani, vescovi e santi come Bernardino da Siena, Ignazio di Loyola, Leonardo da Porto Maurizio e San Filippo Neri. 
 La leggenda vuole che proprio San Filippo Neri avesse vissuto all'interno della Montagna Spaccata dove esiste un giaciglio in pietra nota ancora oggi come "Il letto di San Filippo Neri"


Lungo le pareti della roccia poi, ci sono dei riquadri in maiolica che riproducono le postazioni della Via Crucis, in parte restaurate, risalenti al 1849 e attribuite a S.Bernardino da Siena, contenenti i versi del Metastasio. 

 Il percorso prevede anche la visita della suggestiva “Grotta del Turco”, collegata sia ad un’antica tradizione religiosa secondo cui venne alla luce al tempo della morte di Cristo, quando si squarciò il velo del tempio di Gerusalemme, sia a diverse credenze popolari. Fra queste, ci sarebbe l’impronta della mano di un marinaio turco su una roccia.






Un luogo così caratteristico non poteva non portare con sé numerose leggende.

 La prima è quella dell’amore fra Etele e Giordano, una storia tanto antica quanto drammatica. 
 Narra la leggenda che in anni lontani, dove oggi c'è la Montagna Spaccata vivessero delle bellissime Anguane, donne ammalianti che si potevano vedere di notte quando, con la luna piena, si udivano cantare e danzare.
 Questi spiriti fatati esercitavano il loro fascino sugli uomini, soggiogandoli. 

 Un giorno, in quei boschi passò un giovane montanaro di nome Giordano che lungo il cammino notò una meravigliosa creatura dai lunghi capelli e se ne innamorò.
 Il suo nome era Etele e il giovane Giordano decise che ella sarebbe diventata la sua sposa.

 I vecchi e saggi montanari cercarono in tutti i modi di dissuadere il giovane dal proposito di sposare la fanciulla, essendo essi a conoscenza del sortilegio che gravava sul futuro di Etele: ella infatti sarebbe svanita quando sua madre, la Maga del bosco, fosse morta.


La stessa Maga impietosita dall’amore infelice che sarebbe sorto da questa unione, parlò a Giordano. Ma nulla valse a fargli cambiare idea: l’amore per la meravigliosa anguana era tale, da sfidare qualsiasi presagio. 
Si sposarono ed abitarono in una capanna costruita dal giovane con tronchi di abete. 
Non potevano sognare una felicità più grande. Ma una triste alba d’estate la Maga morì e tutto il vallone fu avvolto da un tragico silenzio.
 I due dormivano dolcemente abbracciati, Etele baciò lo sposo e cercò di levarsi senza destarlo. Ma i suoi lunghi capelli si mossero e lo svegliarono.
 Etele fuggì per andare incontro al suo triste destino. Inseguita dallo sposo, giunse ai piedi di una rupe altissima, che le sbarrava il passo. Si volse e vide Giordano che stava per raggiungerla. 
L’incantesimo si manifestò: un alto boato scosse la terra e la rupe si spaccò in tutta la sua altezza ed Etele, attirata all’interno, scomparve verso il cielo.
 Giordano tentò di varcare l’enorme fenditura, ma una scrosciante cascata lo fermò e lo respinse verso valle.


Un’altra leggenda più conosciuta è quella della Mano del Turco che vive negli scalini a ridosso del mare. 

 La storia narra che in questi luoghi si nascondessero pirati saraceni pronti ad attaccare le navi nemiche e che uno di essi un giorno toccò la montagna. 
Questa divenne morbida e si deformò sotto il suo palmo. 
Per questo, attraversando il percorso è possibile notare un’impronta nella roccia. 
 Una scritta in latino, posta al fianco della mano, cita: “Un incredulo si rifiutò di credere ciò che la tradizione riferisce, lo prova questa roccia rammollitasi al tocco delle sue dita”.


C’è poi la leggenda di San Filippo Neri, che avevamo accennato all’inizio.
 Si narra che il Santo abbia vissuto rifugiandosi in questi luoghi, in prossimità del Santuario della Santissima Trinità e qui ci sia proprio il suo giaciglio.

 Secondo un antico racconto poi le tre fenditure del Monte Orlando si formarono durante il terremoto che ci fu dopo la morte di Gesù. 

 Dominella Trunfio
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