venerdì 15 dicembre 2017

Crimea, il Koyashskoe Salt Lake


Uno specchio rosa. 
L’affascinante Koyashskoe Salt Lake è bello in tutte le stagioni. Questo perchè questo lago salato della Crimea non solo è di un surreale color rosa ma ha anche una caratteristica ancora più rara: più diventa secco, più diventa bello.
 Mentre l’acqua evapora, aumenta il suo contenuto salino: le alghe e i piccoli crostacei che conferiscono il colore rosa al lago si concentrano, intensificandone il colore. 
A spuntare dall’acqua sono poi decine e decine di «rocce di sale» che brillano come diamanti.
 Tantissime piccole isole rocciose dalle forme più curiose.


Siamo nella riserva naturale di Opukske: un paesaggio marziano della penisola di Kerch, separato dal Mar Nero solo da una piccola striscia di terra.


Questo specchio d’acqua non è molto profondo, ma ha un letto di limo che si estende per quattro chilometri.

 Nonostante la sua bellezza mozzafiato, questo lago non è molto frequentato dai turisti ma è conosciuto da secoli dalle popolazioni locali, che considerano le sue acque curative.
 Si dice, in particolare, che il suo fango abbia proprietà curative e che per molti anni sia stato «raccolto» proprio come il sale rosa che naturalmente si accumula lungo la costa circostante.

 Un paesaggio ancora incontaminato che sembra dipinto dalla mano di Madre Natura, dov’è la chimica a far da padrona, essendo riuscita a creare un ecosistema in equilibrio perfetto, talmente bello da non sembrare vero.

 La città più vicina al Koyashskoe Salt Lake è Kerch.
 A cinque chilometri di distanza si trova invece il villaggio Yakovenkovo: da qui parte un sentiero collinare che arriva a costeggiare il lago, da cui è possibile ammirare dall’alto i tramonti che si specchiano sull’acqua rosa.



Fonte: lastampa.it

Babbo Natale: la vera storia e la leggenda sciamatica


Babbo Natale è un uomo in carne con la lunga barba bianca, molto buono e altrettanto buffo ma la sua immagine non è stata sempre così.
 Prima del 1931 era alto e magro e indossava un lungo mantello, ma la vera storia del Babbo più amato del mondo andrebbe ricondotta... a un fungo.


 Innanzitutto bisogna sapere che anche se gli occidentali vedono il Natale come una festa cristiana, simboli e icone derivano dalle tradizioni sciamaniche dei popoli tribali del nord Europa.
 Quindi se è vero che il marchio Coca Cola ha contribuito a diffondere l’immagine di Babbo Natale  come siamo abituati a vederla oggi, c’è da fare un po’ di chiarezza.

 Nel 1920 la multinazionale introduce nelle sue pubblicità Babbo Natale, ma il suo aspetto è quello disegnato da Thomas Nast, ovvero un uomo magro e un po’ spettrale. 
 Dieci anni dopo è un altro illustratore, questa volta della Coca Cola, a decidere di cambiarne volto e corpo. 
Michigan Haddon Sundblom si ispira alla poesia di Clement Clark Moore del 1822 "La visita di San Nicola", da cui proviene il nome anglosassone di Babbo Natale, Santa Claus. 
 E’ in questo momento che Babbo Natale diventa paffuto e simpatico, ma se la storia del suo aspetto fisico è legata a quella della bibita, la stessa cosa non possiamo dire della figura stessa di Babbo Natale, che non ha nulla a vedere con la multinazionale.


Parlavamo all’inizio di un fungo, ovvero della Amanita muscaria, ritenuto sacro delle tribù indigene del nord Europa. 

Bianco e rosso è noto anche come fly agarico ed è lo stesso che troviamo ad esempio come casetta dei Puffi.
 Ma questo fungo è un potente allucinogeno usato per stregonerie e magie e secondo la leggenda popolare anche Babbo Natale, gli alberi e le renne volanti sono associate al consumo dell’amanita muscaria.
 Le renne della Siberia, infatti, si cibano di questo allucinogeno e subito dopo vagano senza meta nel bosco in stato di ebbrezza e intossicate. 
Da qui la leggenda delle renne volanti, sensazione data dagli effetti del fungo stesso.
 Lo stesso Babbo Natale non sarebbe altro che un antico sciamano dedito alla raccolta di questi funghi che danno alla pelle un colore rossastro.
 E questo sarebbe il motivo per cui egli appare con le guance piene e incandescenti.
 Il suo abbigliamento con cappotto rosso e stivali neri sarebbe uguale a quello di questi uomini antichi.


Anche la tradizione del camino viene dalla leggenda sciamanica. I popoli tribali del nord Europa vivevano in casette fatte di betulla chiamate ‘yurte’ e le entrate somigliavano molto alla canna del camino. 
Dunque una volta raccolti funghi in grossi sacchi, gli sciamani tornavano a casa e condividevano ciò che avevano trovato con gli altri ( da qui la tradizione del sacco con i regali e la discesa dal camino). 
 I funghi per poter essere consumati senza conseguenze fatali, dovevano essere seccati: allora venivano messi in calze e appese al caminetto.

 Insomma una storia magica e che sia vera o meno poco importa perché racchiude in sé tutta l’atmosfera del Natale. 

Dominella Trunfio

mercoledì 13 dicembre 2017

Nel cuore del deserto, c’è un lago a mezzaluna che sembra un dipinto


È un luogo sorprendente, Yueyaquan. Somiglia quasi ad un miraggio. 
In Cina, nel Deserto del Gobi – il più grande deserto d’Asia, a metà tra la Mongolia del sud e il nord della Cina – è un’oasi costruita attorno un lago a forma di mezzaluna, il Crescent Lake.

 Si trova nel cuore della provincia del Gansu  e il suo fascino corre indietro nel tempo: fu costruita al tempo della dinastia Qing e ancora oggi, grazie all’intervento umano che – nel 2006 – ha evitato che le acque del lago si prosciugassero, continua a stupire i viaggiatori che si spingono fino a qui.


Nonostante negli anni il lago si sia visto ridurre le sue dimensioni, ora la desertificazione parrebbe essersi fermata: le dimensioni si sono assestate sui 50 metri di lunghezza, e su una profondità di cinque metri.

 In realtà, sebbene sia circondata dalle dune del deserto, i centri abitati da qui non distano molto: ad appena 6 chilometri troviamo Dunhuang, il cui nome significa “faro scintillante, e che si trovo lungo la celebre Via della Seta. 

Sembra davvero uscita da una cartolina, con la sabbia dorata che la circonda e quel lago che somiglia ad uno spicchio di luna.
 Sulle sue rive si trova una vegetazione rigogliosa e, accanto a loro, una serie di pagode in legno dallo stile tradizionale che oggi sono diventate una vera e propria attrazione turistica, punto di partenza per le escursioni in cammello nel cuore del Gobi.


Ma come fa un lago a sopravvivere da oltre 2000 anni nel mezzo del deserto?
 Probabilmente, la ragione sta nella sua bassa altitudine, mentre la sua particolare conformazione e posizione potrebbe essere il motivo per cui la spiaggia circostante non sia mai entrata nel lago. Circondata da alte montagne, questa zona ha un clima arido, estremamente caldo in estate e freddo in inverno.
 La pioggia cade in piccole quantità ed evapora subito, motivo per cui l’area è prevalentemente desertica. 

Eppure, da secoli e secoli, quel lago a forma di luna sopravvive…



Fonte: siviaggia.it

martedì 12 dicembre 2017

La diplomazia del Panda: quando i rapporti bilaterali li tesse il celebre orso


Yuan Meng è un panda speciale: il suo nome significa “sogno che si avvera” ed è il cucciolo di una coppia di panda arrivata in Francia dalla Repubblica Popolare Cinese nel 2011. 

Alla cerimonia per il battesimo del cucciolo, che è ospitato nello zoo di Beauval, nella Loira, la première dame Brigitte Macron ha detto che «Nella vita ci sono delle gioie semplici e io ne ho provata una incontrando Yuan Meng. Questo panda è il frutto energico e vigoroso dell’amicizia franco-cinese ed è unico e simbolico».

 Già, perché il cucciolo è solo l’ultimo esempio della cosiddetta “democrazia del panda”, vale a dire l’antica tradizione cinese di regalare questi simpatici animali ai paesi coi quali si intende instaurare solidi rapporti bilaterali.

 La panda diplomacy ha origini antichissime: secondo le fonti storiche l’usanza di donare un panda risalirebbe alla dinastia Tang; il primo caso documentato è quello avvenuto durante il regno di Wu Zetian (625-705), quando un panda venne donato all’Imperatore del Giappone.

 Negli ultimi anni il tenero ambasciatore ha fatto tappa in 9 differenti Paesi, tra cui gli Stati Uniti che si videro donare una coppia di orsi, Ling-Ling e Hsing-Hsing, dopo la storica visita in Cina del presidente Nixon nel 1972. 

Dal 1984 le cose sono però cambiate: il commercio di questa specie – che per decenni è stata simbolo degli animali minacciati – è stato regolamentato in maniera più stringente. 
Infatti, a partire da quella data i panda possono solo venire prestati per 10 anni, a fronte di una cifra corrisposta annualmente pari a un milione di dollari. 
Questa somma, che la Cina incassa, è destinata a progetti per la salvaguardia del panda e del suo habitat naturale.
 Una politica che ha dato i suoi frutti dato che questo animale dal 2016 non figura più nella lista degli animali a rischio di estinzione.


Non ci sono solo i panda: nel 2008, in occasione delle Olimpiadi di Shanghai, il governo cinese regalò a quello di Hong Kong 5 pesci, a simboleggiare gli altrettanti cerchi dei giochi olimpici. 

In Mongolia, invece è tradizione donare cavalli ai dignitari stranieri in visita nel paese. 


 FONTE: RIVISTANATURA.COM

lunedì 11 dicembre 2017

La Pedrera, la straordinaria Casa Milà di Gaudì


Casa Milà, popolarmente conosciuta come La Pedrera, è un edificio unico nel suo genere che si trova nella città di Barcellona dove è stato costruito tra il 1906 e il 1912 dall'architetto Antoni Gaudí. 

 Dal 1984 La Pedrera è inserita tra i patrimoni Unesco ed attualmente è sede della Fondazione Catalonia la Pedrera e le sue stanze vengono utilizzate come centro culturale per tutte le attività organizzate da musei e non solo.

 Non a caso Dan Brown ha scelto La Pedrera come location per presentare il lancio internazionale del suo ultimo romanzo ‘Origin’ che tra le sue pagine contiene ambientazioni che si svolgono proprio in questo edificio, ma anche alla Sagrada Familia.

 Casa Milà, viene considerata come una delle costruzioni più emblematiche dell'architetto Antoni Gaudí e definita come ‘un’opera d’arte a sé’.
 La sua unicità, il suo patrimonio e valore artistico sono in gran parte accreditati con l'inclusione de La Pedrera, nel Catalogo dei Beni Artistici della città di Barcellona.






L’edificio all’esterno sembra una vera e propria cava (da lì il nome Pedrera) ed è stato commissionato da Pere Milà e dalla moglie. 

L’idea di Gaudí era di costruire un edificio su un terreno al confine tra Gracia e Barcellona, che diventasse la residenza della famiglia, ma anche potesse anche essere affitto nel momento in cui L'Eixample de Barcelona, stava appunto diventando il fulcro dell’espansione urbana e che nel tempo, ha trasformato Passeig de Gràcia nel nuovo centro residenziale borghese.






La Pedrera è stata costruita come se fossero due blocchi di case, con accessi indipendenti e collegati da due grandi cortili interni e una facciata comune. 

Nella sua pienezza professionale, a cinquantanove anni, dopo aver raggiunto il proprio stile indipendente, Gaudí crea Casa Milà che diventa il suo ultimo lavoro civile e, allo stesso tempo, uno dei più innovativi per quel che riguarda gli aspetti funzionali, costruttivi e ornamentali.

 La Pedrera è la quarta e ultima delle opere che hanno Passeig de Gràcia, il viale più importante della città, che collega la parte vecchia di Barcellona con Gràcia. 


Dominella Trunfio

In Nuova Zelanda c’è una caletta che si può raggiungere con un tunnel


Cosa c’è al fondo del tunnel? Una spiaggia.
 Non una qualsiasi, ma proprio Tunnel Beach, una caletta sabbiosa di Dunedin, in Nuova Zelanda, che si raggiunge solo attraverso un tortuoso passaggio nella montagna.
 Per arrivare in spiaggia bisogna percorrere un chilometro a piedi: il sentiero ha un dislivello di circa 150 metri e si snoda lungo un percorso panoramico da cui si può ammirare la spiaggia dall'alto. 

Ma per mettere i piedi nella sabbia bisogna anche percorrere 72 scalini nel cuore della montagna, al buio
.

Un tunnel spettrale che esiste dall’Ottocento, commissionato dal politico John Cargill, figlio del capitano William Cargill, che permette di apprezzare ancora di più la meravigliosa caletta nascosta fra aspre scogliere di arenaria, archi di roccia e caverne.




A circondare la spiaggia è un incredibile mare color smeraldo, con fondale di sabbia e roccia.

 Dunedin si trova al fondo dello stretto golfo di Otago, che insieme alle colline sovrastanti fa parte di un antico vulcano inattivo.
 Una paesaggio selvaggio e mozzafiato, abitato dall'anno Mille dai Maori, che detiene anche un altro primato: Tunnel Beach dista infatti 12 chilometri da Baldwin street, la strada più ripida al mondo.

 Fonte: lastampa.it

giovedì 7 dicembre 2017

In Canada c’è un lago perfettamente rotondo e puro creato da un meteorite


Basta guardarlo per capire che non è un lago come gli altri.
 Questo perché Pingualuit è stato creato sull’altopiano di Ungava, nel Quebec, da un meteorite che si è schiantato sulla Terra qualcosa come 1,4 milioni di anni fa, nel Pleistocene.
 Il cratere si è da allora allagato e ha custodito al suo interno i segreti di due ere glaciali.
 Merito delle alte sponde, create proprio dall’impatto del meteorite, che ha creato un cratere con un diametro di oltre tre chilometri.
 I bordi s'innalzano per 160 metri sopra la tundra circostante e l’acqua al suo interno, quando non è ghiacciata, è costantemente calma, creando così l’illusione di uno specchio perfettamente rotondo
.

E’ questo che deve aver attirato l’attenzione dei piloti militari che hanno immortalato la sua presenza nel giugno del 1943.
 Prima di allora, il cratere era conosciuto esclusivamente dagli Inuit, che ne hanno sempre protetto la sacralità, oltre che le coordinate. 

Il villaggio più vicino, Kangiqsujuaq, si trova a 100 chilometri di distanza.

 Pingualuit si potrebbe tradurre con «lì dove sorge la terra», un nome che probabilmente si riferisce alle «montagne» di roccia create dall'impatto dell'asteroide, visibili a 10 chilometri di distanza.
 Un nome antico, tornato in auge solo recentemente.
 Il lago infatti prese negli anni il nome di Chubb, dal cercatore di diamanti che per primo organizzò una missione esplorativa, e di Cratère du Nouveau-Québec, su richiesta dei geografi locali. Diamanti non ne sono stati trovati.
 In compenso il cratere è in grado di mandare in tilt i misuratori elettromagnetici e custodisce al suo interno ancora molti misteri. 

Questo lago ha un’incredibile trasparenza e contiene una delle più pure acque dolci del mondo: da novembre a luglio è solitamente ricoperto da uno strato di ghiaccio che ne tutela le proprietà.


Il pendio è ricoperti di massi di granito e raggiungere il bordo del cratere è decisamente faticoso.
 Ma la vista è imparagonabile, così come la sensazione si trovarsi ad un passo dall’universo. 

 Fonte: lastampa.it

Balene: al di sotto della superficie


Un’enorme mandibola, arcuata e lunga diversi metri, si protende verso il visitatore; il resto dell’ingresso è piuttosto buio, e la luce bluastra che si riflette sulle pareti dà l’impressione di trovarsi sott’acqua. 

Ci troviamo a “Whales: Beneath the surface”, la mostra temporanea interamente dedicata alle balene allestita dal Natural History Museum (NHM, il Museo di Storia Naturale) di Londra.

 Il percorso della mostra parte dalla storia evolutiva dei cetacei, mammiferi che hanno abbandonato la terraferma milioni di anni fa per fare del mare la propria casa. 
Da allora molte cose sono cambiate, nel loro corpo così come nel loro comportamento: gli arti anteriori si sono trasformati in pinne, quelli posteriori sono spariti e, almeno in alcune specie, le dimensioni del corpo sono aumentate a dismisura. 
In effetti, Whales punta molto sulle spettacolari dimensioni che possono raggiungere alcune balene, e lascia che il visitatore le scopra gironzolando intorno a reperti colossali, come una vertebra alta quanto un uomo o una pinna lunga diversi metri.


“La mostra permette al visitatore di immergersi in profondità nel misterioso mondo delle balene,” afferma Richard Sabin, il principale curatore della sezione Mammiferi del NHM ed esperto di cetacei; “Oltre cento reperti provenienti dalla collezione del museo guidano alla scoperta dell’enorme varietà esistente tra le diverse specie”. 
E non si tratta solo di ossa e scheletri, ma anche di preparati istologici e organi conservati in formaldeide (vi siete mai chiesti com’è fatto lo stomaco di un capodoglio? Curiosamente, è diviso in quattro camere, come quello di una mucca o di una capra). Particolarmente sorprendenti sono i tappi di cerume esibiti in una teca: gli scienziati li hanno estratti dai crani degli esemplari conservati nel museo e li hanno analizzati ricavandone tantissime informazioni preziose sull’età, lo stato di salute e la vita degli animali a cui appartenevano, ma anche sull’ambiente in cui vivevano (per esempio, su i livelli di inquinamento delle acque). 

 Il NHM è un museo storico (è stato aperto al pubblico nel 1881), dotato di un’immensa collezione e con un’impostazione piuttosto tradizionale, eppure in Whales non mancano gli elementi multimediali: diversi monitor riproducono brevi filmati che arricchiscono il percorso, aiutando il visitatore a interpretare i reperti che sta osservando, e il “jukebox delle balene” permette di ascoltare i versi emessi dalle diverse specie.
 All’interno di una piccola sala interattiva (una delle attrazioni più amate dal pubblico, come spiega Sabin), ci si può addirittura mettere nei panni di un cetaceo e cercare di catturare delle prede virtuali facendo affidamento solamente sul proprio udito, in modo simile a quanto fanno alcune balene sfruttando una tecnica nota come ecolocazione.


Il lancio della mostra è avvenuto in concomitanza con un altro evento di grande impatto mediatico verificatosi al NHM: la sostituzione dell’enorme scheletro esibito nell’ingresso del museo. Fino a quest’estate, infatti, protagonista della scena era Dippy, lo scheletro di dinosauro che troneggiava al centro della maestosa Hintze Hall sin dal 1979.
 A luglio, Dippy è stato sostituito dallo scheletro di una balenottera azzurra lungo circa 25 metri, che è stata ribattezzata Hope, speranza. 

 “Sia la mostra che lo scheletro della balenottera azzurra fanno parte di un’estesa stagione di eventi al museo, tutti incentrati sulla straordinaria forza della Natura e su come la protezione degli oceani sia una nostra responsabilità,” spiega Sabin. 

Un’iniziativa che ha avuto molto successo, e che sarà ospitata al museo fino a febbraio 2018.

 Fonte: oggiscienza.it

martedì 5 dicembre 2017

A Cape Town si cammina sugli alberi


Tutti hanno sentito parlare del mal d’Africa.
 Non è una malattia ma semplicemente uno stato d’animo che porta a convivere con quella sensazione di nostalgia che prende possesso di chi ha avuto modo di visitare l’Africa . 
La cura è solo una: tornare in quella dimensione che ha rapito il cuore per affrontare nuove e memorabili avventure. 

Per chi ama la natura, a offrire panorami mozzafiato è il Sudafrica , uno stato ricco di fascino visitabile tutto l’anno visto che vanta una delle medie di ore di sole più alte al mondo.
 Quella che si prospetta all’orizzonte non è dunque una semplice vacanza ma un’esperienza di vita tutta da vivere e ricordare.

 Chi vuole lasciarsi alle spalle la frenesia metropolitana, a Cape Town, una delle più belle città nel mondo, può fare tappa al Kirstenbosch National Botanical Garden là dove, nel 2014, per commemorare i 100 dalla sua fondazione, è stato realizzato (in perfetta armonia con l’ambiente circostante) il Kirstenbosch Centenary Tree Canopy Walkway.
 Questo ponte in legno sopraelevato invita i visitatori a regalarsi un’esperienza naturalistica unica passeggiando lungo una tortuosa passerella pedonale la cui forma è ispirata allo scheletro di un serpente (da qui il soprannome “Boomslang”). Una vera e propria opera d’arte.




Il percorso, lungo 130 metri, si snoda tra gli alberi della foresta e permette di familiarizzare con una vegetazione lussureggiante e, deliziati dal soave canto degli uccelli, ci isola dal mondo.
 Il punto più alto del percorso si trova a 12 metri da terra e da qui, avvalendosi delle due panchine messe a disposizione, ci si abbandona allo spettacolo offerto dalla natura che regala una vista privilegiata sulla Table Mountain.


Se l’altezza non è un problema ergo non spaventa anzi, emoziona, perché non misurarsi con qualche canopy tour?
 Trattasi di escursioni ‘in aria’ che consentono di attraversare boschi e foreste da un’insolita prospettiva ovvero sospesi a diverse decine di metri dal suolo.
 Dove si pratica?
 Le location sono tante e tutte degne di nota: si spazia dalla Tsitsikamma Forest sulla Garden Route (con 10 piattaforme e 10 scivoli) alla Karkloof Forest, nel KwaZulu-Natal (8 scivoli) e ancora, vicino a Johannesburg, ci si avventura tra le montagne del Magaliesberg attraversando le 11 piattaforme costruite tra le pareti rocciose della gola.


Il tutto viene svolto nella massima sicurezza: avvalendosi di una solida imbragatura, si scivola lungo i cavi d’acciaio per godere al meglio di ciò che madre natura ha da offrire.

 Il Sudafrica, non c’è che dire, ha tutte le carte in regola per placare tanto la sete d’avventura dei più spericolati a caccia di emozioni forti quanto la voglia di rifarsi gli occhi degli amanti della natura.

 Fonte: lastampa.it

Cosa rivelano le 200 uova di pterosauri ritrovate intatte?


Un importante ritrovamento, ben 200 uova e 16 embrioni di pterosauri sono state portate alla luce da un team di scienziati cinesi. 

L'eccezionale scoperta potrebbe risolvere uno dei misteri su cui ancora i paleontologi si interrogano.
 Gli pterosauri erano in grado di volare subito dopo la loro nascita? 

Questi rettili alati subito dopo la schiusa delle uova non sapevano spiccare il volo.
 La ricerca è stata condotta da un team di scienziati cinesi su oltre 200 uova e 16 embrioni di pterosauro Hamipterus, attraverso le prime scansioni di tomografia computerizzata e fa luce sulle capacità di volo di questi cugini dei dinosauri. 


 Finora si sono preservati pochi fossili di pterosauri a causa delle fragilità delle loro ossa, davvero molto sottili. 
Ancora più rari sono i fossili dei giovani esemplari, delle uova e degli embrioni. 
Ciò ha reso difficile capire come siano cresciute e si siano evolute le diverse specie.

 Il primo embrione di pterosauro fu trovato in Cina nel 2004, ma l'uovo e l'embrione riuscirono a dare ben poche informazioni visto che erano seriamente danneggiati e schiacciati.

 Il primo uovo di pterosauro tridimensionalmente conservato proviene dall'Argentina da un animale chiamato Pterodaustro. 
 Ma nel 2014, i paleontologi cinesi scoprirono un vero e proprio tesoro: centinaia di ossa e uova dello pterosauro Hamipterus, che visse nel primo periodo del Cretaceo, circa 120 milioni di anni fa. Sorprendentemente, il sito dove sono stati trovati i fossili conteneva otto strati geologici separati, quattro dei quali conservavano anche le uova.




Il team di paleontologi cinesi e brasiliani guidati da Xiaolin Wang ha esaminato queste uova in modo più dettagliato, utilizzando la tomografia computerizzata e studiando le microstrutture dell'osso per capire come fossero cresciute queste antiche creature.
 Con i raggi X sono riusciti a vedere dentro le uova e gli embrioni senza minimamente danneggiarli.

 I paleontologi in passato avevano già trovato altri siti con molte ossa di pterosauro al loro interno, ipotizzando che si trattasse di animali sociali. Ma la nuova scoperta è la prima a confermare che anche i nidi fossero comuni.

 A differenza di altri embrioni di pterosauro provenienti dalla Cina o dall'Argentina, c'era poco materiale dal cranio, solo una mascella inferiore. Le ossa di ali e zampe mostravano segni di ossificazione, il processo di deposizione dei minerali per formare le ossa, ma le estremità non erano completamente formate o mineralizzate. 
Ciò suggerisce che i muscoli non fossero ben sviluppati negli embrioni e che i piccoli non fossero in grado di volare immediatamente dopo la nascita.

 La ricerca è stata pubblicata su Science. 

 Francesca Mancuso

lunedì 4 dicembre 2017

L' Area 51


Basta pronunciarne il nome per evocare segreti, velivoli sospetti e cadaveri alieni tenuti nascosti. 
Tra tutti i luoghi misteriosi, l'Area 51 è forse quella più amata dai cospirazionisti, che vi hanno ambientato fantomatici ritrovamenti di extraterrestri e persino le "riprese" dello sbarco sulla Luna (le teorie del complotto non vengono mai da sole). 

 Ma come ha fatto questa porzione di deserto a circa 160 km da Las Vegas ad alimentare, nel tempo, così tante bufale?
 A che cosa è servita, davvero, e perché è tenuta così nascosta? Come spesso accade, la realtà è molto più affascinante delle leggende metropolitane. 
 Perché questa parte remota del Nevada di segreti ne nasconde, ma sono tutti, squisitamente terrestri...

 Ecco alcuni fatti interessanti sull'Area 51 e la sua storia.


L'esistenza dell'Area 51 è stata riconosciuta ufficialmente nel 2013, quando un documento redatto da due storici della CIA nel 1992 è stato declassificato. 
Il documento è il primo a nominare esplicitamente l'area (il cui nome in precedenza veniva sempre occultato con inchiostro nero) e a indicarla su una mappa. 
In esso si trova la conferma che in questo luogo furono portati avanti diversi programmi per testare aerei militari segreti, tra cui i velivoli-spia che sorvolarono l'Unione sovietica durante la Guerra Fredda.


 Nel 1955, alcuni funzionari della CIA in cerca di un luogo in cui fare esperimenti su un nuovo tipo di velivolo militare invisibile ai radar (l'U-2) sorvolarono quella che sembrava una vecchia pista aerea abbandonata nei pressi del Groom Lake, il letto prosciugato di un antico lago salato. 
L'area, un vecchio poligono da tiro utilizzato per addestramenti durante la Seconda Guerra Mondiale, si trovava a 160 km da Las Vegas e confinava con il Nevada Test Site, un sito dove furono condotti oltre 700 tra i test atomici dell'Autorità per l'Energia Nucleare statunitense. 
Era talmente pericolosa e isolata che nessuno si sarebbe spinto fino a lì: perfetta per testare tecnologie militari segrete e addestrare i piloti. 

 Le origini del nome di questo terreno appartenente alla Nellis Air Force Base (una base militare statunitense che controlla un'area di 1,2 milioni di ettari e 12.959 km quadrati di spazio aereo ristretto) non sono chiarissime.
 Si pensa derivi dal sistema di numerazione a griglia usato dall'Autorità per l'Energia Nucleare, che già possedeva una vasta area del Deserto del Nevada dove venivano compiuti test nucleari nei primi anni '50.
 Il nome asettico e burocratico doveva passare il più possibile inosservato, e per rendere il luogo più appetibile agli addetti ai lavori fu scelto anche il termine più "eccitante" di Paradise Ranch. Curiosamente, questa seconda denominazione è stata nel tempo offuscata dalla prima, più criptica.

 Come se i test nucleari e i test di aerei-spia non fossero temi abbastanza spaventosi, l'Area 51 è passata alla storia come il simbolo della volontà dell'esercito degli Stati Uniti di tenere nascosta al mondo la verità sugli extraterrestri. 
 Nel luglio 1947, sulla prima pagina del Roswell Daily Record si riferiva di un presunto disco volante catturato sopra un ranch della regione di Roswell, e portato nell'Area 51 per uno studio ravvicinato.
 I militari USA dissero che il misterioso oggetto era in realtà un pallone meteorologico. 

Nel settembre 1994, un rapporto ufficiale svelò però la vera storia: non si trattava di un semplice pallone meteo, ma di un sistema di palloni d'alta quota top secret per individuare le onde sonore causate da test nucleari sovietici 

 La vera associazione di questo luogo con gli alieni esplose, tuttavia, negli anni '80, quando un uomo di nome Robert Lazar disse a un'emittente televisiva di Las Vegas di aver lavorato in un'area chiamata S-4 vicino all'Area 51, in cui si studiava la tecnologia dei dischi volanti caduti. 
 Le sue affermazioni suscitarono un polverone, ma si rivelarono false, come anche le esperienze del presunto ingegnere: a differenza di quanto affermato, non aveva studiato al MIT né alla Caltech, né aveva lavorato al Los Alamos National Laboratory.


Se l'Area 51 è stata più volte associata agli UFO, è soprattutto per via del programma militare sugli aerei U-2 iniziato in questo luogo nel 1955.
 Questi velivoli - impiegati dagli USA in missioni di ricognizione durante la Guerra Fredda - erano invisibili ai radar e capaci di volare così in alto da essere irraggiungibili dalla contraerea: potevano raggiungere i 18 mila metri di altitudine, una quota più alta di quella di qualunque altro aereo.

 All'epoca, gli aerei di linea arrivavano a 6 km di quota: nessuno pensava che si potesse volare tanto in alto.
 Inoltre gli U-2 apparivano "luccicanti" per un curioso effetto ottico. Alla quota a cui volavano, il Sole non era ancora tramontato: risultavano quindi illuminati, mentre i piloti che viaggiavano a quote inferiori si trovavano già al buio. 

 Molti dei presunti avvistamenti di UFO erano noti agli ufficiali dell'Air Force come test di U-2, ma alimentare le superstizioni era spesso più facile che svelare questioni militari strettamente confidenziali. 

 L'area è utilizzata ancora oggi per addestrare i piloti a scenari di combattimento, per sviluppare nuove tecnologie aree e droni da ricognizione. 

Le immagini di Google Earth mostrano piste di decollo ben mantenute e alcuni nuovi gruppi di edifici costruiti negli ultimi dieci anni.


Negli anni '50, dall'Area 51 fu fatto volare uno dei primi droni creati dalla CIA: somigliava a un'aquila gigante e serviva a sorvegliare il Mar Caspio e individuare aliscafi sovietici nascosti. 

Dopo il programma U-2, in questa parte di deserto furono testati altri aerei spia, come il Lockheed A-12 Oxcart usato poi nella Guerra in Vietnam.
 Qui furono condotti anche i primi test dell'F-117 Nighthawk, il primo aereo invisibile ai radar usato nella Guerra del Golfo, e nei conflitti in Jugoslavia e in Iraq.
 Si pensa che in quest'area sia stato testato inoltre l'elicottero Blackhawk, usato dai Navy Seals per raggiungere il nascondiglio di Bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan, e ucciderlo.


L'Area 51 è sulle mappe, ma anche solo avvicinarvisi è un'impresa. Proprio per i test di velivoli spia, il suo perimetro è strettamente sorvegliato da guardie armate in tenuta mimetica, che sono anche tra le prime vittime di tanta segretezza. 
Negli ultimi anni questi militari si sono battuti per avere indennizzi per i problemi respiratori causati dai rivestimenti tossici usati per schermare i caccia dai radar. 

 Chi tentasse di oltrepassare le recinzioni dell'Area 51 rischierebbe 1.000 dollari (850 euro) di multa o sei mesi di prigione (o entrambi, come chiariscono alcuni minacciosi cartelli attorno alla base).

 I turisti possono sempre ripiegare sulla vicina Rachel (Nevada) il cui sito rivendica "una popolazione umana di 98 abitanti, e aliena di ??". 
 Anche altri vicini centri abitati hanno investito sul turismo a sfondo ufologico cambiando i nomi dei locali, e delle strade, per ricordare esseri con le antenne e teorie cospirative.

 Dal 1996 esiste persino la Extraterrestrial Highway: è una statale poco trafficata che costeggia l'Area 51 e che prima si chiamava soltanto Nevada State Route 375.

 Fonte: .focus.it

venerdì 1 dicembre 2017

Tracce tossiche di antimonio nelle acque di Pompei


Una squadra di scienziati ha scoperto livelli altamente tossici di antimonio nel frammento di un tubo di piombo in una casa di Pompei. 
Le conseguenze sono ancora da dimostrare ma potenzialmente erano gravi: intossicazione da antimonio, diarrea, vomito, disidratazione e, col tempo, danni al fegato e ai reni. 
 Pompei avrebbe pure avuto la sfortuna di trovarsi vicino al Vesuvio, dato che l’antimonio si trova in maggiori quantità nelle acque sotterranee vicine ai vulcani.


Quando il Vesuvio eruttò nel 79 d.C., inghiottì la città di Pompei così rapidamente che molti residenti non ebbero il tempo di reagire al disastro.
 I loro ultimi momenti vennero congelati nel tempo, sepolti sotto a strati di cenere calda.

 Ma prima ancora dell’eruzione vulcanica, nelle case di Pompei si aggirava una minaccia nascosta e potenzialmente mortale.
 Recenti analisi di un frammento di una conduttura di piombo hanno mostrato tracce di antimonio – un elemento metallico altamente tossico che storicamente veniva mescolato al piombo per rafforzarlo. 

I tubi di piombo, utilizzati in tutto l’Impero romano, oggi sono considerati una scelta di bassa qualità per il trasporto di acqua potabile. Sebbene meno soggetto alla corrosione rispetto ad altri metalli, le particelle di piombo si infiltrano nell’acqua e possono accumularsi nel corpo umano, provocando l’avvelenamento da piombo.
 Nel corso del tempo, esso può danneggiare i reni e il sistema nervoso, e anche causare colpi apoplettici o cancro. Bambini e neonati ne sono particolarmente vulnerabili, visto che questo tipo di avvelenamento può portare a ritardi nello sviluppo.

 L’antimonio potrebbe però aver rappresentato una minaccia ancora maggiore del piombo per la salute dei Romani.
 Secondo l’analisi di una tubatura di una casa di Pompei, diretta dal professor Philippe Charlier (Hôpital Max Fourestier), il sistema idrico della città avrebbe contenuto quantità sufficienti di antimonio per causare attacchi giornalieri di diarrea e vomito, potenzialmente provocando gravi disidratazioni, e nel tempo anche danni epatici e renali.



Dall’inizio del XVIII secolo, gli storici sostengono che i sistemi di tubi di piombo nelle città romane avrebbero portato ad avvelenamenti cronici di piombo che alla fine causarono la caduta dell’impero.
 Ma la calce nell’acqua probabilmente impediva questo processo, scrivono gli autori dello studio. 
Negli ultimi decenni, altri ricercatori hanno spiegato che le superfici interne dei tubi si sarebbero rapidamente calcificate nel giro di qualche mese al massimo, proteggendo così l’acqua dalle dannose particelle di piombo.
 Tuttavia, l’antimonio è molto più tossico del piombo. Prima che si formassero gli strati protettivi di calcite, anche delle piccole quantità di antimonio filtrate nell’acqua avrebbero fatto ammalare le persone molto rapidamente, portandole all’arresto cardiaco nei casi gravi. Per identificare i composti nel tubo, i ricercatori hanno utilizzato un metodo in grado di rilevare anche piccole quantità di elementi metallici e non metallici. Hanno sciolto un campione in acido nitrico concentrato e l’hanno riscaldato a 6.000 gradi per ionizzare gli elementi – aggiungendo o rimuovendo gli elettroni per cambiare la loro carica – in modo da poterli identificare e analizzare con uno spettrometro di massa. 

Sulla base della loro analisi, la concentrazione di antimonio nel tubo era di circa 3,680 microgrammi, approssimativamente 0,0001 oncie. 
Potrebbe non sembrare molto, ma in realtà è un “livello di allarme” se si trova in prossimità dell’acqua potabile, e sarebbe stato sufficiente a causare gravi sintomi di intossicazione da antimonio. La vicinanza di Pompei con il vulcano potrebbe inoltre aver peggiorato il problema. 

L’antimonio si presenta naturalmente nelle acque sotterranee vicine ai vulcani, e la vicinanza di Pompei al Vesuvio sarebbe risultata in concentrazioni tossiche di antimonio nell’acqua, ancora più alte che in un’altra città romana. Poiché i loro test sono stati eseguiti solo su un piccolo frammento, saranno necessari ulteriori esami di tubi, denti e ossa umane per confermare la diffusione di questo problema all’interno dell’Impero romano.

 I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Toxicology Letters.

 Fonte: ilfattostorico.com

In Spagna c'è una sinuosa muraglia in pietra a strapiombo sull'oceano


Una scala sull'oceano. 
E' questa l'unica via d'accesso per Gaztelugatxe, isoletta sulla costa della Biscaglia, nei Paesi Baschi, collegata alla terraferma da un «ponte» del Trecento: stiamo parlando si una sinuosa muraglia cadenzata da 241 scalini costruiti dai templari oltre sette secoli fa. 

La passerella di San Juan de Gaztelugatxe offre un panorama mozzafiato sull'oceano: una serpentina di curve a gomito che sale sino alla rocca medievale, il Gaztelugatxeko Doniene dedicato a San Giovanni Battista.




La parola Gaztelugatxe deriva dalle parole basche gaztelu, castello, e gaitz, pericoloso: un castello difficile da raggiungere ma anche un amuleto contro le emicranie e per la fertilità.

 Tutt'oggi l'eremo è meta di pellegrinaggi, che si ripetono tre volte l'anno: il 24 giugno, il 29 agosto e il 31 dicembre. Ma la scalinata, così come la chiesa, è aperta tutto l'anno. 

All'interno della chiesa-fortezza potrete trovare un timone, dei salvagenti e persino lo scafo di una barca... 
Ma a rendere davvero unica la visita sarà il panorama, così come la scarpinata in mezzo all'oceano.


Fonte: lastampa.it
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